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I verbali delle sedute della Camera sul Decreto Urbani

Pubblichiamo il verbale della seduta serale del 20 aprile della Camera, nella parte dedicata al Decreto Urbani. Domani pubblicheremo il verbale della seduta del 21 aprile.

20 aprile
Discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 22 marzo 2004, n. 72, recante interventi per contrastare la diffusione telematica abusiva di materiale audiovisivo, nonché a sostegno delle attività cinematografiche e dello spettacolo (4833) (ore 19,40).

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 22 marzo 2004, n. 72, recante interventi per contrastare la diffusione telematica abusiva di materiale audiovisivo, nonché a sostegno delle attività cinematografiche e dello spettacolo.

(Discussione sulle linee generali – A.C. 4833)
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Avverto che il presidente del gruppo parlamentare dei Democratici di sinistra-L’Ulivo ne ha chiesto l’ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare ai sensi dell’articolo 83, comma 2, del regolamento.
Ha facoltà di parlare la relatrice, onorevole Carlucci. È stata «invocata» dall’Assemblea! La Repubblica tutela il paesaggio, si dice…!

GABRIELLA CARLUCCI, Relatore. Signor Presidente, il provvedimento in esame reca interventi contro la diffusione telematica abusiva di materiale audiovisivo, nonché a sostegno delle attività cinematografiche e dello spettacolo.
Il 12 marzo 2004, il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto-legge…

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, consentite alla Presidenza di ascoltare l’intervento dell’onorevole relatrice. Prego, onorevole Carlucci.

GABRIELLA CARLUCCI, Relatore. Il 12 marzo 2004, il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto-legge intitolato «Interventi per contrastare la diffusione telematica abusiva di materiale audiovisivo, nonché a sostegno delle attività cinematografiche e dello spettacolo», emanato dal Presidente della Repubblica il 22 marzo e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 23 marzo 2004.
Il provvedimento è stato assegnato il 23 marzo stesso in sede referente alla Commissione VII cultura, con il parere delle Commissioni I (ex articolo 73, comma 1-bis, del regolamento per le disposizioni in materia di sanzioni), V, VIII, IX e XIV.
La relazione che accompagna il disegno di legge d’iniziativa governativa n. 4833 illustra in modo sintetico ma efficace le motivazioni che hanno spinto l’esecutivo ad un intervento di emergenza in quattro aree delicate e cruciali dell’intero sistema culturale nazionale: la lotta alla pirateria audiovisiva; il finanziamento dell’intervento pubblico a favore della cinematografia; le risorse integrative a favore della cultura, gestite attraverso Arcus Spa; alcuni interventi nei settori dei beni e attività culturali, spettacolo, sport. Sebbene le quattro aree di intervento mostrino evidenti elementi di interazione, la mia relazione è strutturata in più parti, per meglio focalizzare le questioni in oggetto. La strutturazione analitica segue peraltro la sequenza dell’articolato del provvedimento.
Osservo, preliminarmente, come la prima questione, ovvero i prospettati interventi contro la pirateria audiovisiva, soprattutto attraverso Internet, sia stato quella che più ha attratto l’attenzione dell’opinione pubblica ed ha provocato, nella comunità degli utenti web, reazioni estremamente polemiche, a conferma dell’aver toccato un vero e proprio punctum dolens; una qualche incomprensione relativa alla ratio del provvedimento ha determinato lo scatenarsi di una polemica sproporzionata, che ha finito per toccare finanche «massimi sistemi» (la tutela del diritto alla riservatezza, che certamente il Governo Berlusconi ritiene un valore supremo, in una concezione liberale e liberista della società, con il solo limite della lotta alla criminalità). La seconda questione, al di là dell’esigenza emergenziale di assegnare fondi pubblici al settore cinematografico (risultando esaurita – secondo le valutazioni del ministero – la giacenza presso la Banca nazionale del lavoro), deve essere contestualizzata all’interno di un ragionamento ormai ineludibile sull’efficienza e sull’efficacia del sostegno pubblico allo spettacolo ed alla cultura e sulla necessità di disporre di più adeguati strumenti di conoscenza, monitoraggio, valutazione.
Per quanto concerne la lotta alla pirateria audiovisiva, il decreto-legge, in estrema sintesi, è finalizzato ad imprimere una radicale svolta repressiva nei confronti della pirateria audiovisiva per via telematica, introducendo sanzioni amministrative in materia fino a 1.500 euro per chi mette in atto pirateria ad uso proprio e personale (ma viene prevista anche la confisca dell’hardware utilizzato e la pubblicazione del provvedimento sulla stampa), mentre per chi commercia i film scaricati da Internet vengono introdotte sanzioni penali da 6 mesi a 3 anni di reclusione, con multe da 2.500 a 15 mila euro. I fornitori di connettività e di servizi sono passibili di sanzioni amministrative, da un minimo di 50 mila ad un massimo di 250 mila euro, in caso di violazione di obblighi di informazione e collaborazione nell’individuazione degli autori delle condotte illecite e dei gestori dei siti che ne veicolano – anche involontariamente – l’operato.
Prima di addentrarci nella materia, che si rivela complessa – tecnicamente e giuridicamente, anche per l’intreccio di alcuni provvedimenti (in primis, il codice delle comunicazioni elettroniche e poi il codice in materia di protezione dei dati personali, entrambi divenuti legge nel corso del 2003) – ad un primo approfondimento è opportuno segnalare che le dimensioni del fenomeno della pirateria hanno raggiunto dimensioni particolarmente allarmanti in Italia: il nostro paese è nella watch list delle associazioni delle industrie audiovisive e fonografiche e multimediali di tutto il pianeta. Alcuni dati sono estremamente eloquenti: nel report diramato il 13 febbraio 2004 dalla International Intellectual Property Alliance – IIPA (Federazione delle maggiori associazioni americane di editori, librari, fonografici, cinematografici, audiovisivi, di software: dalla MPA alla BSA e alla RIIA), si legge che «l’Italia continua a registrare uno dei tassi di pirateria più alti di tutta l’Europa». Nell’anno 2002, la IIPA stimava la perdita totale in 783 milioni di dollari statunitensi, un livello quattro volte equivalente al paese che risulta secondo in questa brutta «lista nera» europea, la Spagna, con 167 milioni di euro. Secondo questa fonte, dei 783 milioni di euro, 140 milioni sono a danno dell’industria cinematografica-audiovisiva, 42 milioni a danno dell’industria fonografica, 363 milioni a danno dell’industria del software informatico, 215 milioni del software di intrattenimento (videogiochi e simili), 23 milioni dell’industria editoriale. In particolare, secondo le valutazioni IIPA, una quota percentuale notevole dell’intero business della pirateria, in Italia, avviene attraverso Internet: si stima una cifra di oltre 125 milioni di dollari (il 16 per cento dell’intero business «pirata»), attraverso la vendita e la veicolazione di prodotti illegali utilizzando siti web e mailing list. A seguito di operazioni della Guardia di finanza nel corso del 2003 sono state incriminate 183 persone e ben 10.300 sono sotto indagine.
Questi dati evidenziano l’urgenza del provvedimento.
In dettaglio, al comma 1 dell’articolo 1 del provvedimento, viene introdotta un’altra ipotesi, tra quelle già previste dall’articolo 171-ter della legge sul diritto d’autore, la n. 633 del 22 aprile 1941, e successive modificazioni, prevedendo la diffusione di opere cinematografiche o assimilate attraverso i cosiddetti programmi di file sharing, ovvero di condivisione di programmi tra utenti della rete Internet. Si ricorda – en passant, a conferma dell’effervescenza della materia – che questo articolo della legge ha subìto numerose modificazioni in itinere: introdotto con il decreto legislativo 23 novembre 1994, n. 685; novellato con il decreto legislativo 15 marzo 1996, n. 204; novellato ancora con la legge 12 agosto 2000, n. 248; novellato, infine, dal decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 68.
Va osservato che il decreto-legge approfondisce, come modalità di reato, quel che pure è già previsto alla lettera a) del comma 1 del vigente articolo 171-ter, che prevede punizioni (reclusione da 6 mesi a 3 anni, multa da 5 a 30 milioni di lire), per chi «abusivamente duplica, riproduce, trasmette o diffonde in pubblico, con qualsiasi procedimento, un’opera dell’ingegno»; ovvero la lettera a) del comma 2 dello stesso articolo («riproduce, duplica, trasmette o diffonde abusivamente, vende o pone altrimenti in commercio»: in questo caso, la reclusione è da 1 a 4 anni e la multa da 5 a 30 milioni di lire).
Il comma 2 prevede che la stessa condotta di cui sopra (comma 1) venga sottoposta a sola sanzione amministrativa, in assenza del fine di lucro e di uso non personale, introducendo una sanzione amministrativa di 1.500 euro (2.000 euro se il reo usa sistemi criptati), confisca degli strumenti e del materiale, e pubblicazione del provvedimento su un quotidiano nazionale ed un periodico del settore spettacolo. Prevede, altresì, una sanzione di 2.000 euro per chi promuova o incentivi la diffusione delle condotte illecite.
Il comma 3 attribuisce al Dipartimento della sicurezza pubblica del Ministero dell’interno (formulazione, in verità, abbastanza generica) la funzione di raccolta delle segnalazioni per la prevenzione e la repressione delle violazioni.
Il comma 4 prevede che i fornitori di connettività e di servizi, previo provvedimento dell’autorità giudiziaria, forniscano le informazioni in proprio possesso per identificare i gestori dei siti e gli autori delle condotte illecite segnalate.
Il comma 5 stabilisce che gli stessi fornitori mettano in atto le opportune misure per impedire l’accesso ai siti e per rimuovere i contenuti segnalati.
Il comma 6 prevede che i fornitori che vengano a conoscenza di illeciti sulla rete provvedano ad informare il Dipartimento della pubblica sicurezza, ovvero l’autorità giudiziaria.
Il comma 7 dispone che la violazione da parte dei fornitori degli obblighi previsti ai commi da 4 a 6 venga punita con sanzioni che vanno da 50 mila a 250 mila euro.
In relazione al provvedimento in esame, si è registrato un ampio fronte di critiche e di dissensi (soprattutto da parte delle associazioni degli internet provider: Aiip, FederComin, Assoprovider), in parte da attribuire ad una non felice politica di comunicazione del decreto stesso, ma purtroppo anche ad una qualche imprecisione nell’articolazione del testo, forse determinata anche dall’urgenza di intervenire in una materia complessa quanto intricata.
Va ricordato, altresì, che la proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alle misure e alle procedure volte ad assicurare il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale – nel testo approvato in prima lettura, il 9 marzo 2004, dal Parlamento europeo – esclude l’applicabilità di sanzioni penali in caso di operazioni di downloading di materiale protetto dal diritto d’autore effettuate casualmente, limitando l’applicabilità alle attività svolte con dolo.
La stessa proposta di direttiva prevede che la distinzione rilevante, ai fini dell’applicazione della sanzione, deve essere basata sul riscontro del fine di lucro. In ogni caso, la direttiva stabilisce che le sanzioni debbono essere concrete e dissuasive, ma comunque proporzionate (fair and equitable).
Ricordo anche – per quanto riguarda i possibili obblighi dei fornitori – che la recente legge 26 febbraio 2004, n. 45, ha confermato l’obbligo di conservazione dei dati al solo traffico telefonico, escludendo implicitamente l’estensione dei dati al traffico Internet.
Va ricordato anche che il fornitore di connettività e servizi offre un servizio di comunicazione elettronica (l’accesso ad Internet) per il quale sono già previste delle prestazioni obbligatorie a fini di giustizia, come stabilito dall’articolo 96 del decreto legislativo 1o agosto 2003, n. 259 (il cosiddetto Codice delle comunicazioni elettroniche). Lo stesso articolo prevede le sanzioni da applicare in caso di inosservanza di specifici obblighi e fa altresì riferimento al repertorio contenente l’elenco delle prestazioni da fornire.
Occorre inoltre osservare come la filiera Internet mostri caratteristiche strutturali piuttosto complesse. Come ben illustrato in una nota elaborata dall’Associazione italiana Internet provider, nella diffusione di contenuti tramite Internet e, più in generale, nell’impiego di una rete telematica, debbono necessariamente distinguersi almeno sei soggetti diversi: il cliente, ovvero il soggetto giuridico che stipula il contratto con il fornitore di accesso e/o di servizi; l’utente, ovvero il soggetto, anche diverso dal cliente, che utilizza i servizi prestati da un fornitore di accesso e/o di servizi; il fornitore di accesso, vale a dire il soggetto che nell’ambito della propria attività imprenditoriale offre al pubblico e ai fornitori di servizi l’accesso alla rete Internet consistente nella connessione fisica alla rete e nell’attribuzione all’utente, in via temporanea o semipermanente, di un indirizzo di rete; il fornitore di trasporto (carrier), che offre ai fornitori di accesso l’uso delle proprie infrastrutture di trasporto; il fornitore di servizi, ovvero il soggetto che attraverso l’impiego di server realizza servizi della società dell’informazione quali DNS (risoluzione di indirizzi di rete simbolici, i domini, in indirizzi di rete fisici, i numeri IP), e-mail, hosting (memorizzazione e distribuzione di contenuti attraverso server che accedono alla rete Internet), e-publishing (servizio di hosting integrato con un’applicazione dedicata alla pubblicazione di contenuti), e-commerce, e via dicendo; il fornitore di contenuti, che, direttamente (tramite server propri) o indirettamente (tramite un fornitore di servizi), immette in un sistema di reti telematiche, con qualsiasi mezzo o protocollo tecnico, dati, informazioni e programmi. Naturalmente, ma non necessariamente, la stessa persona fisica o giuridica può assumere allo stesso tempo o in tempi successivi più d’uno dei ruoli sopra elencati.
Proponiamo un’altra classificazione terminologica, limitandoci alla figura del provider, che evidenzia la complessità della filiera e la quantità di intermediari: l’access provider, che fornisce agli utenti la connessione alla rete; il service provider, che fornisce servizi ulteriori (caselle e-mail, chatroom, forum telematici, newsgroup, motori di ricerca, gestione di banche dati, bacheche elettroniche in cui gli utenti possono pubblicare i propri materiali, e via dicendo); il content provider, che veicola in rete, tramite il suo sito, propri contenuti (dalle notizie alle ricette di cucina, dalle fotografie d’autore ai prodotti audiovisivi); l’host provider, che è un service provider che mette a disposizione uno spazio del disco rigido del proprio server per «ospitare» i siti creati da utenti che desiderano svolgere il ruolo di service provider o content provider; il maintener, infine, che non è un vero e proprio provider, in quanto non è un intermediario di Internet, bensì un operatore che interagisce burocraticamente e tecnicamente, per conto di un provider che intende «aprire» un sito web, con gli enti preposti alla registrazione dei nomi di dominio.
Si ritiene quindi preferibile sostituire le definizioni utilizzate dal decreto-legge (fornitore di servizi e di connettività) con l’espressione «fornitore dei servizi della società dell’informazione», utilizzata dalla direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico, recepita in Italia dal decreto legislativo n. 70 del 9 aprile 2003.
Infine, va osservato che le caratteristiche strutturali della rete rendono possibile un’agevole «partecipazione» di qualsiasi utente all’enorme «offerta» di Internet, data la facilità di «pubblicare», o meglio «immettere», materiali nella rete, in un infinito calderone delocalizzato e dematerializzato che sembra sfuggire a molte delle regole storiche, anche del diritto. Data la complessità degli argomenti trattati, è intenzione del relatore proporre alcuni emendamenti – frutto di una serie di incontri informali e delle audizioni svoltesi in Commissione – di natura in parte tecnica ed in parte politica, che si ha ragione di ritenere possano rendere più efficace il provvedimento, rendendo meglio compatibili, nei limiti del possibile, due interessi apparentemente «contrapposti», ma entrambi in verità finalizzati a garantire un sano sviluppo della società dell’informazione.
Nella prospettiva economica, si tratta della necessità di non innescare meccanismi normativi che possano rallentare lo sviluppo della banda larga, ritenuta ormai la nuova «spina dorsale» dello sviluppo socio-economico del paese; nella prospettiva politica, al tempo stesso, è opportuno che la Repubblica non assuma il minimo rischio di vocazioni censorie ed illiberali, dovendosi reprimere ogni tentazione autoritaria, nel pieno rispetto di quanto previsto dall’articolo 15 della Costituzione, secondo cui «la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili», e da numerose altre disposizioni di legge, tra cui – recentemente – il Codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196.
Inoltre, la proposta di direttiva europea (Intellectual Property Rights Enforcement), che si ritiene venga adottata in via definitiva entro il 30 giugno 2004, pone alcuni principi che, attraverso i suddetti emendamenti, troveranno compiuta realizzazione.
Vi è la necessità di reprimere usi illeciti della rete Internet, contrastando la violazione delle norme sul diritto d’autore, sia nella dimensione criminale organizzata sia nella fruizione individuale (sul primo fronte, grazie all’azione delle Forze di polizia e della magistratura; sul secondo fronte, attraverso azioni di sensibilizzazione educativa), determinando la pirateria un complessivo impoverimento dell’industria culturale e, quindi, delle sue capacità ideative e produttive. Il fenomeno della pirateria audiovisiva e telematica, in effetti, al di là degli abusi individuali, per uso personale, risulta connesso con fenomeni criminali e di malavita particolarmente pericolosi per l’intero sistema sociale.
L’articolo 2 del provvedimento in esame riguarda il finanziamento dell’intervento pubblico a favore della cinematografia. Come ho accennato in premessa, al di là dell’esigenza emergenziale di assegnare fondi pubblici al settore cinematografico – risultando esaurita, secondo le valutazioni del ministero, la giacenza presso la Banca nazionale del lavoro -, la questione deve essere contestualizzata all’interno di un ragionamento, ormai ineludibile, sull’efficienza e sull’efficacia del sostegno pubblico allo spettacolo ed alla cultura e sulla necessità di disporre di più adeguati strumenti di conoscenza, monitoraggio e valutazione.
Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 12 marzo 2004 si pone, di fatto, come una sorta di appendice del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 28 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 5 febbraio 2004), frutto dell’esercizio della delega concessa prevista dalla legge 6 luglio 2002, n. 137, che ha introdotto una serie di riforme rispetto al preesistente sistema di intervento pubblico a favore della cinematografia. In estrema sintesi, è stato sancito il principio secondo il quale il sostegno pubblico alla produzione cinematografica non può superare il 50 per cento del costo del film e si è introdotto un sistema di valutazione dei progetti che dovrebbe razionalizzare, anche attraverso parametri automatici, la selezione, privilegiando la storia artistica ed imprenditoriale dei proponenti (il cosiddetto reference system).
Va ricordato che la nuova norma ha vissuto una gestazione molto lunga, complessa e faticosa, come attestato anche dal sofferto iter parlamentare, determinato da una qualche forma di incomunicabilità tra Governo e Parlamento, che si è cercato di sanare negli ultimi mesi del 2003. Questa riattivazione dei rapporti di comunicazione tra esecutivo e Parlamento è stata comunque per alcuni aspetti tardiva ed ha vanificato una gestazione che avrebbe potuto essere più dialettica e fruttuosa. Si ricordi che la legge delega risale al luglio 2002 e che solo a fine agosto del 2003 uno schema è stato approvato dal Consiglio dei Ministri. In questo lasso di tempo, il Parlamento non ha ricevuto nessun input dall’esecutivo e l’impegno assunto dal sottosegretario Bono in Commissione cultura non è stato purtroppo rispettato.
Dal luglio 2002 all’agosto 2003 si sono andate accumulando in Parlamento diverse iniziative di legge in materia di cinematografia, a partire dalla proposta a firma Rositani-Carlucci, presentata il 7 luglio 2002. Rimando al testo integrale della mia prima relazione presentata in VII Commissione in data 3 dicembre 2003, ed al parere approvato dalla Commissione in data 14 gennaio 2004, per evidenziare la complessità della materia e gli sforzi emersi durante l’affrettato iter parlamentare (due mesi ed in extremis, dato il previsto scadere della delega il 23 gennaio 2004: lo schema di decreto è stato trasmesso alle competenti Commissioni di Camera e Senato solo il 19 novembre 2003 ed ha acquisito i pareri di Senato e Camera rispettivamente il 18 dicembre 2003 ed il 14 gennaio 2004), finalizzati a correggere alcuni errori presenti nello schema iniziale del decreto legislativo.
Per quanto riguarda lo specifico problema delle risorse, va notato che il Governo ha ritenuto di non poter accogliere quanto richiesto nel parere approvato il 14 gennaio 2004 dalla VII Commissione (richiesta già avanzata nella proposta di parere a mia firma, il 3 dicembre 2003), condizione c): «si preveda che agli interventi in favore di cinematografia sia riservato il 25 per cento delle risorse del Fondo unico dello spettacolo, provvedendo ad incrementare le risorse complessivamente disponibili, in modo da non penalizzare i restanti settori».
Nella relazione che ha accompagnato lo schema di decreto legislativo nella sua ultima versione, approvata dal Consiglio dei Ministri il 16 gennaio 2004, si legge: «il parere della Camera contiene, altresì, un’ulteriore condizione, che non si è ritenuto di poter tradurre nella corrispondente modifica normativa. In particolare, si è richiesto di riservare alla cinematografia, con apposita previsione nel presente decreto legislativo, il 25 per cento delle risorse del Fondo unico per lo spettacolo (FUS), con il contestuale incremento delle risorse complessivamente disponibili, al fine di non penalizzare i restanti settori dello spettacolo. Tale ipotesi non è praticabile, atteso che la ripartizione del FUS tra i diversi settori dello spettacolo costituisce una chiara manifestazione del potere di indirizzo politico attribuito al Ministero per i beni e le attività culturali. Il contestuale incremento dell’entità complessiva del FUS è, inoltre, incompatibile con il criterio di invarianza della spesa proprio del presente decreto legislativo».
Mi sia consentito osservare che chi per primo aveva evidenziato la necessità di riportare l’aliquota del FUS destinata al cinema al suo livello originario – il 25 per cento, giustappunto, come previsto dalla stessa legge istitutiva del FUS, la n. 163 del 1985 – era ben conscio del problema in questione, anche confermato dalla successiva scoperta che la dotazione dei fondi per il cinema era stata prosciugata al punto tale da richiedere un intervento emergenziale per l’anno 2004, intervento di cui all’articolo 1 del decreto-legge in discussione.
Va anche ricordato il decreto-legge 18 febbraio 2003, n. 24, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 aprile 2003, n. 82, intitolato «Disposizioni urgenti in materia di contributi in favore delle attività dello spettacolo» (testo coordinato nella Gazzetta Ufficiale n. 92 del 19 aprile 2003), il quale, «(…) ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di provvedere alla ripartizione annuale delle quote del Fondo unico per lo spettacolo, e di erogare, in tempi brevi, i contributi statali ai soggetti destinatari (…)», all’articolo 1 ha previsto che…

PRESIDENTE. Onorevole Carlucci, ammiro molto la sua relazione, articolata ed ampia; tuttavia, vorrei ricordarle che il tempo a sua disposizione è esaurito già da due minuti.
Le suggerisco, pertanto, di terminare il suo intervento leggendo le conclusioni della sua relazione e di chiedere alla Presidenza l’autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto della seduta odierna del testo integrale della stessa. Mi sembra che quanto ha finora detto sia ampiamente rappresentativo del problema che stiamo trattando.

GABRIELLA CARLUCCI, Relatore. Va bene, signor Presidente.
L’articolo 3 del decreto-legge in esame stanzia risorse integrative a favore della cultura attraverso la società Arcus Spa. Tale articolo è finalizzato ad una accelerazione della concreta operatività della Arcus Spa ed individua anzitutto, al comma 1, in un decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti l’atto amministrativo che definisce i limiti di impegno (di cui all’articolo 13, comma 1, della legge n. 166 del 1 agosto 2002, relativi agli esercizi 2003 e 2004), sui quali applicare la quota del 3 per cento prevista dall’articolo 60 della legge finanziaria per il 2003 (articolo 60, comma 4, della legge 27 dicembre 2002, n. 289).
Il comma 2 prevede che un decreto del Ministero per i beni e le attività culturali, emanato di concerto con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, approvi il programma degli interventi della Arcus Spa.
Il comma 3 prevede un’apposita convenzione che disciplini i criteri e le modalità degli interventi di Arcus Spa. Il comma 4 dispone che la nomina dei componenti del consiglio di amministrazione avvenga con il concerto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.
Infine, l’articolo 4 (recante interventi nei settori dei beni e delle attività culturali e dello sport), intende semplicemente individuare le risorse disponibili nella tabella B della legge finanziaria per il 2004 (legge 24 dicembre 2003, n. 350), ovvero l’accantonamento relativo al Ministero per i beni e le attività culturali, rinviando la definizione degli interventi ad un successivo decreto del Ministero per i beni e le attività culturali; si tratta di 35 milioni di euro per l’anno 2004, di 20 milioni di euro per l’anno 2005 e di 25 milioni di euro per l’anno 2006.
Merito di questo decreto-legge, comunque, è di aver affrontato per primo una materia di strettissima attualità ed in continua evoluzione, come lo scambio di file attraverso programmi di condivisione tra utenti, materia ancora non disciplinata in alcun ordinamento. Alla luce di quanto si evince da questa relazione ed in base alle risultanze del dibattito, che mi auguro proficuo e stimolante, considerati gli interessi culturali ed economici in campo, ho sottoposto alla Commissione una serie di emendamenti, volti ad accogliere le esigenze più sentite e gli elementi condivisibili delle diverse proposte, che sono stati accolti anche dal Governo.
In particolare, per quel che riguarda l’articolo 1, mi auguro si riesca a raggiungere un punto di equilibrio tra esigenze di tutela del diritto d’autore, tutela della privacy del cittadino, evoluzione della tecnologia e del costume e conformità all’approccio dell’Unione europea.
Chiedo, infine, alla Presidenza l’autorizzazione alla pubblicazione in calce al resoconto stenografico del seduta odierna del testo integrale della mia relazione (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, dell’Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro e della Lega Nord Federazione Padana).

PRESIDENTE. La Presidenza lo consente sulla base dei consueti criteri.
Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

NICOLA BONO, Sottosegretario di Stato per i beni e le attività culturali. Signor Presidente, mi riservo di intervenire nel prosieguo del dibattito.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l’onorevole Chiaromonte. Ne ha facoltà.

FRANCA CHIAROMONTE. Signor Presidente, nella sua prima versione, come ha testè ricordato la relatrice, il decreto-legge in esame era riuscito a produrre un vero e proprio miracolo, vale a dire l’unità di soggetti non sempre concordi, ossia praticamente di tutti i soggetti protagonisti della rete: è un po’ come dire che si è realizzata l’unità dei soggetti protagonisti del nostro tempo. Infatti, dai provider alle multinazionali, dal vasto popolo di Internet a tutte le maggiori imprese del settore, sia nazionali, sia internazionali, nelle settimane scorse è stato difficile trovare qualcuno che si dichiarasse d’accordo con il testo originariamente proposto dal Governo.
È stato sostenuto che tale rivolta è dipesa da incomprensioni e da incongruenze; ho ascoltato la relatrice parlare di difetti di comunicazione e di imprecisioni linguistiche. Noi non lo crediamo – ed il risultato del nostro lavoro comune ce lo conferma -, anche se va detto, tra parentesi, che la terminologia che si impiega nelle leggi, oltre che nella comunicazione relativa ai provvedimenti legislativi, è parte non irrilevante nell’interpretazione e nell’applicazione della legge stessa.
Sul decreto-legge proposto dal ministro Urbani il gruppo dei Democratici di sinistra-L’Ulivo aveva presentato una pregiudiziale di costituzionalità, che traeva le sue ragioni proprio dalla terminologia contenuta nel testo del provvedimento, poiché la giudicavamo in palese contrasto con la normativa europea, oltre che con il buonsenso.
Ancora, traeva le sue ragioni dal carattere discriminatorio di un provvedimento che nella sua prima stesura era riferito solo al cinema e non come adesso a tutte le opere dell’ingegno, e poi soprattutto al punto di fondo, vale a dire alla violazione del principio della proporzionalità delle sanzioni, a causa di un indistinto «sparare nel mucchio» che metteva sullo stesso piano appunto il file sharing e il peer to peer, l’uso personale di Internet e la pirateria a fini di lucro, così come è stata definita, ed è in corso di definizione, dalla normativa europea oltre che dalla nostra, attribuendo peraltro ai provider funzioni improprie di polizia, tanto che si è potuto parlare di «provider sceriffo».
Ora mi fa piacere poter dire che – come è noto – quella pregiudiziale noi l’abbiamo ritirata sulla base di un atteggiamento del Governo, oltre che della relatrice, dimostratosi aperto e disponibile a rivedere il testo, in particolare proprio per ciò che atteneva alla criminalizzazione dell’uso personale di Internet. Oggi, infatti, ci troviamo di fronte ad un testo profondamente modificato, e ciò è stato possibile grazie – e mi fa piacere riconoscerlo – al lavoro di una relatrice che ha saputo ascoltare, non solo le proposte dell’opposizione, ma anche il vasto coro di chi si occupa di queste cose da anni, ormai da decenni, a cominciare, per esempio, dall’allarme del commissario Monti che vedeva messa in discussione la partecipazione italiana allo sviluppo della banda larga.
Oggi, grazie a queste modifiche e a questo ascolto (si sono svolte anche audizioni in Commissione), nonché a questo lavoro comune, ci troviamo nelle condizioni di affrontare serenamente un dibattito di merito su un tema che – lo ricordava anche la relatrice – è oggetto di discussioni e di modifiche da decenni, perché evidentemente si tratta di una normativa che deve prevedere al suo interno la necessità della modifica, attinendo ad una materia, quale quella delle nuove tecnologie, in continua – per fortuna – evoluzione.
È questa una discussione, dal nostro punto di vista, che ci auguriamo possa portare anche ad altre modificazioni, a cambiare cioè quelle parti del decreto che ancora suscitano perplessità e rischi non solo di ingiustizia, ma anche e soprattutto di inefficacia. La domanda, infatti, a cui dobbiamo rispondere riguarda l’oggetto della questione, cioè la lotta alla pirateria, tema anche questo urgente del nostro tempo. Dunque, la domanda è come combattere la pirateria, non contemplando, e allo stesso tempo tutelando i diritti primari (quali l’accesso alla cultura, la privacy, l’equità) e il sostegno all’industria culturale, come fossero due facce della stessa realtà. Non vi è da una parte la lotta alla pirateria e dall’altra la libertà di cultura: le due cose vanno insieme e sta a noi mostrare che possono andare insieme.
Noi rispondiamo che su questo testo, che è quello che il Governo oggi ci propone, si può lavorare ancora per migliorarlo: e infatti abbiamo presentato, così come anche la relatrice, alcuni emendamenti di merito, in particolare per ciò che attiene alla necessità di distinguere in modo puntuale il fine di lucro, oggi trasformato in fine di profitto (formulazione che mi sembra meno cogente, ma tale è) dal resto, in particolare dallo scambio di file, che rende peraltro appetibile anche l’offerta della banda larga agli utenti.
Ancora, va corretto, secondo noi, il rapporto tra polizia e autorità giudiziaria nel comminare le sanzioni, non per sfiducia nei confronti della polizia che già oggi – in particolare la polizia postale – svolge egregiamente i compiti che le sono attribuiti (come abbiamo potuto verificare di nuovo anche nel corso delle audizioni) dal decreto legislativo n. 70 del 2003, ma perché riteniamo pericoloso in uno Stato di diritto derogare dai compiti che la Costituzione attribuisce alla magistratura e soltanto ad essa.
Finora abbiamo svolto un buon lavoro. Tuttavia, permettetemi di offrire al dibattito una considerazione generale – realmente rivolta, come si usa dire, a me stessa, ma anche a tutti noi – che scaturisce sia dal buon lavoro svolto sia dai decenni di dibattito che abbiamo alle spalle e da quelli che ci attendono.
È impossibile concepire – e veicolare – la necessità di tutelare il diritto d’autore mostrandone esclusivamente la faccia feroce, la faccia repressiva. Lo diciamo noi del centrosinistra, che del diritto d’autore ci siamo fatti paladini in Italia ed in Europa, anche scontando qualche conflitto, negli anni passati, con il cosiddetto popolo di Internet. Noi siamo convinti della necessità di tutelare il diritto d’autore, ma siamo anche consapevoli della necessità di aggiornare continuamente gli strumenti e le modalità di approccio a questa tematica e, soprattutto, di tessere nuove alleanze. Non possiamo pensare di risolvere ogni problema con la repressione, anche perché essa è inefficace: o nella mente delle persone si fa strada la convinzione che la pirateria non va fatta – non soltanto perché produce la lesione attuale di un diritto, ma soprattutto perché, in proiezione futura, essa lede la stessa capacità di produrre cultura – oppure non c’è polizia che tenga!
Occorre diffondere una cultura e bisogna tessere alleanze tra diversi soggetti, assegnando una posizione centrale alla necessità di tutelare, appunto, la cultura e chi la produce, avendo ben presente che si tratta di due facce della medesima realtà.
Il decreto-legge al nostro esame non si occupa soltanto di pirateria ma, come ricordava la relatrice, anche di finanziamenti alle attività cinematografiche. E qui, dal nostro punto di vista, mi spiace dirlo, proprio non ci siamo! Una delle ragioni di necessità e di urgenza che giustificavano l’intervento con decreto-legge era costituita dalla situazione determinatasi a seguito del cosiddetto decreto Urbani sul cinema, che aveva creato una situazione di incertezza quanto ai finanziamenti.
Secondo noi, il problema non viene risolto da questo provvedimento, non solo perché la materia del cinema, come quella dello spettacolo dal vivo – sono d’accordo con la relatrice – richiederebbe – non è mai troppo tardi! – un intervento legislativo organico (per le ragioni più volte evidenziate), ma anche perché rimane intatta la necessità della certificazione tecnico-economica per avere accesso al finanziamento. Ciò sancisce, di fatto, una disparità tra i diversi soggetti, i quali, nell’avanzare la domanda, avevano fatto riferimento – tutti – alla normativa che era in vigore prima del suddetto decreto legislativo conosciuto con il nome del ministro Urbani. Ciò crea, ripeto, una situazione di ingiustizia e di disparità. Anche in ordine a questo aspetto abbiamo presentato alcune proposte emendative volte a migliorare il testo, rendendolo più equo e più efficace.
Analogo discorso vale per la società Arcus Spa, i cui contorni appaiono sempre più oscuri. Se, da una parte, facendo un collage tra i provvedimenti che il Governo ci ha proposto e le dichiarazioni che abbiamo ascoltato, si potrebbe ipotizzare che Arcus Spa nasca per sostituirsi al ministero nell’erogazione dei fondi – cosa alquanto discutibile -, dall’altra, non risultano chiare le fonti di finanziamento della società. In tutta Italia campeggia un manifesto del Presidente del Consiglio nel quale compare l’indicazione di una somma espressa in vecchie lire: 93 mila miliardi – di questo tenore mi sembra la scritta – investiti in opere pubbliche. Orbene, si potrebbe porre la seguente domanda: dov’è il 3 per cento di quei 93 mila miliardi? Mi risulta che quel 3 per cento non c’è, tanto che questo provvedimento propone addirittura di finanziare Arcus Spa con i soldi del lotto. Insomma, c’è qualcosa che non va.
In conclusione, nel ribadire che sono davvero soddisfatta del lavoro svolto in Commissione, ringrazio sia la relatrice sia il Governo. Ci auguriamo che, così com’è avvenuto in Commissione, il dibattito in Assemblea possa contribuire a migliorare ulteriormente il testo del provvedimento (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L’Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l’onorevole Colasio. Ne ha facoltà.

ANDREA COLASIO. Signor Presidente, mi limiterò a svolgere alcune brevi considerazioni, giacché il provvedimento è stato esaminato in modo analitico in Commissione. Ciò che conta dal punto di vista politico è l’essere riusciti a riscrivere sostanzialmente ab imis il provvedimento, grazie ad un rapporto proficuo e collaborativo con la relatrice e con il Governo, nella persona del sottosegretario Bono.
Sull’articolo 1 si è concentrata l’attenzione dei media e (piaccia o meno) degli operatori. Dunque, la completa riscrittura del provvedimento è stata accolta positivamente dall’opposizione (e anche noi abbiamo concorso a tale ridefinizione contenutistica). D’altro canto è difficile non rimarcare negativamente le modalità con cui si è giunti alla definizione di questo decreto-legge. I deputati del gruppo della Margherita lo hanno già ricordato durante il dibattito in Commissione. È stata recepita un’indicazione fornita da numerosi soggetti auditi che hanno stigmatizzato un aspetto nodale riguardante la genesi del provvedimento, ossia che il provvedimento è stato assunto in assoluta solitudine. Siamo assolutamente convinti della necessità di contemperare le esigenze legate al commerce e alla tutela del copyright con i diritti del popolo della rete. Vi è la necessità di analizzare gli effetti devastanti del fenomeno pirateria rispetto allo sviluppo dinamico dell’industria culturale del nostro paese e di contemperare la tutela del diritto d’autore e dei diritti connessi con i meccanismi concernenti il mutamento del consumo culturale. La rete ha introdotto innovazioni tecnologiche (file sharing, peer to peer) che ci obbligano a ripensare le stesse modalità di tutela del diritto d’autore.
A maggior ragione – mi rivolgo al sottosegretario – un provvedimento di tale portata non sarebbe dovuto nascere da una sollecitazione estemporanea, casuale, legata all’esigenza di tutelare le opere cinematografiche, ma avrebbe dovuto comportare una procedura, anche di tipo parlamentare o comunque governativa, maggiormente concertata. Questo aspetto è emerso con grande chiarezza nelle audizioni che abbiamo svolto in Commissione. Probabilmente, l’esito sarebbe stato l’attuale formulazione dell’articolo 1.
Mi permetto di aggiungere un altro dato. Forse sarebbe stato più corretto e più proficuo rispetto all’impianto normativo del testo attendere l’effettività della direttiva comunitaria in itinere che sarà recepita con la legge La Pergola e che ci avrebbe messo nelle condizioni di affrontare il tema della tutela del copyright all’interno della rete telematica con modalità più attente all’insieme dei diritti in essere.
Passare da un articolato limitato all’opera cinematografica ad uno riguardante le opere dell’ingegno tout court sicuramente rappresenta un dato positivo. Prendo atto positivamente della decisione di estendere la tutela.
Vorrei soffermarmi su un aspetto non residuale riguardante una notazione abbastanza emblematica del dottor Domenico Vulpiani, direttore del servizio della polizia postale delle comunicazioni. Vulpiani correttamente ha evidenziato che, con l’approvazione del decreto legislativo n. 196 del 2003, di fatto, avendo obbligato i fornitori dei servizi per l’accesso alla rete a cancellare i file di log relativi alle connessioni telematiche, l’articolato nel vecchio testo dell’articolo 1 non avrebbe prodotto effetti, poiché, in assenza di un esplicito dettato normativo che introduce il predetto obbligo a carico dei provider, non è in alcun modo possibile svolgere indagini connesse a reati di tipo informatico. In sostanza – dice Ulpiani – l’articolo 1 del decreto-legge in esame (quello vecchio) si limiterebbe a denunciare un principio che allo stato attuale non troverebbe una specifica ed efficace attuazione.
La nostra posizione non va in questa direzione, ma è quanto meno emblematico che si fosse definito un articolato che, rebus sic stantibus, stante il quadro normativo, non si era sicuramente nelle condizioni di rendere effettivo. Trovo comunque positivo che si sia assunta come obiettivo normativo la tutela delle opere dell’ingegno nella sua globalità.
Credo sia doveroso fare anche un’altra riflessione – e mi rivolgo alla relatrice -: non è poi così certo quale sia l’effetto della rete sull’incremento della domanda e dei consumi nell’industria culturale, nel senso che è dubbio se il fatto di avere una innovazione tecnologica, che comunque incrementa le possibilità di accesso, sia un fattore che riduce l’accesso ai consumi culturali o rappresenti, paradossalmente, un elemento di stimolo (perché questo emerge da tutte le analisi degli operatori e degli studiosi). Paradossalmente non vi è alcuna correlazione statistica tra lo scaricamento dei file e la riduzione nel consumo di alcuni prodotti. Il caso emblematico della musica classica dovrebbe farci riflettere.
Diciamo che ci troviamo in un campo molto scivoloso e complesso, nel quale probabilmente è difficile avere delle verità predefinite; sicuramente una logica concertativa tra gli attori in essere, tra chi rappresenta il popolo della rete e le associazioni categoriali che rappresentano i titolari di diritti, forse è la sola via percorribile per intervenire con modalità – e qui sono assolutamente d’accordo con la collega Chiaromonte – che non definiscano la tutela del diritto d’autore solo alla luce di una logica di tipo repressivo, che potrebbe paradossalmente non produrre gli effetti voluti.
È evidente che vi è un effetto di socializzazione e di educazione, specie per le giovani generazioni, all’interno delle quali prima o poi bisognerà far comprendere che comunque la cultura ha un suo prezzo e che comunque lo scaricamento dei file, a prescindere dal fatto che questi siano scaricati in modo lecito o meno, rappresenta un problema.
Si tratta di trovare un giusto bilanciamento tra i diritti in essere. Se la riformulazione dell’articolo 1 va in questa direzione, credo che qualcosa di più si possa ancora fare. Alcuni dei nostri emendamenti cercano di andare in quella direzione. Su questo non debbo fare altre considerazioni.
Invece, una considerazione che mi sta molto a cuore voglio farla sulla Arcus, cogliendo l’occasione della presenza del sottosegretario.
Il fatto di aver individuato il parametro del 3 per cento come aspetto definitorio della quantificazione delle risorse aggiuntive per quanto concerne le politiche sia dei beni culturali sia dello spettacolo francamente è stato positivo. Ricorderete che, nel corso del lungo dibattito che si svolse in aula durante l’esame della legge finanziaria che introduceva l’aliquota del 3 per cento sulle infrastrutture, la posizione della Margherita fu assolutamente equilibrata, nel senso che noi avevamo solo sollecitato e ribadito una precisa e corretta quantificazione. Il problema era di definire il termine di riferimento: sono le opere infrastrutturali nel loro insieme o è la legge obiettivo n. 166? È evidente che non è la stessa cosa!
Il Consiglio di Stato recentemente ha dato una interpretazione estensiva, affermando che non è solo la legge n. 166; infatti, in quel caso si tratterebbe di una cifra, come sa benissimo il sottosegretario, quantificabile anno per anno in 100 milioni di euro, non certo in quei 1000, 1500 miliardi di vecchie lire che erano state ribaditi e definiti durante il dibattito in Assemblea e in Commissione. Resta non meno evidente che, se fosse vero che l’interpretazione estensiva così delineata dal Consiglio di Stato ci metterebbe nelle condizioni di assumere il 3 per cento non della legge n. 166 ma degli interi investimenti infrastrutturali, probabilmente si potrebbe ragionare su 500-600 milioni di euro e, quindi, forse si sarebbe messo in moto veramente un meccanismo virtuoso. Io questo me lo auguro. Attendiamo ancora però definizioni più puntuali.
Va detto, signor sottosegretario, che le nostre perplessità sull’Arcus Spa attengono non certo alla canalizzazione di risorse, ma all’invasività dell’ipotetico e possibile intervento della stessa Arcus.
Se l’Arcus non ha funzioni di tutela, ma di valorizzazione, con la riforma dell’articolo 117 della Costituzione, si va a «cozzare» con il nodo strategico della valorizzazione. Dunque, il problema sussiste e produrrà effetti.
Al di là di ciò, mi chiedo se – data l’entità delle risorse strategiche gestite da Arcus – non si ritenga – mi rivolgo al sottosegretario – necessario, quanto meno un parere (se non vincolante, almeno preventivo) delle competenti Commissioni parlamentari.
Alcuni dei nostri emendamenti vanno in tal senso e credo restituiscano una centralità alle Commissioni che, di fatto, si sono sentite estranee rispetto al dato di indirizzo (che ritengo strategico) in ordine alla determinazione delle politiche culturali. Restano ferme, poi, le specifiche competenze esecutive del Governo. Mi sembrerebbe un’indicazione sulla quale potrebbe predisporsi domani, in sede di Comitato dei nove – è un invito che rivolgo alla relatrice -, uno specifico emendamento ad hoc, che andrebbe quantomeno a riequilibrare il ruolo tra Governo e Parlamento nella definizione di una parte significativa ed importante delle politiche culturali, che sarebbe rilevante se avessero – lo ripeto – quanto meno una sanzione o una presa d’atto delle linee strategiche di intervento da parte delle competenti Commissioni.
Per quanto riguarda il cinema, noi avevamo già espresso, in sede di definizione del decreto legislativo, alcune perplessità – lo dico al sottosegretario – non tanto sull’introduzione di criteri di maggiore efficienza e razionalità. Signor sottosegretario, le ricordo che noi non abbiamo votato contro tale provvedimento, ma ci siamo astenuti, proprio in virtù del fatto che siamo assolutamente consapevoli della necessità di un intervento rispetto ad una logica di razionalizzazione delle risorse.
È evidente che le modalità allocative delle risorse, negli ultimi anni, pongono più di qualche dubbio rispetto alla capacità che il fondo unico dello spettacolo dovrebbe avere di rappresentare un fattore di innovazione strategica, in modo particolare rispetto al settore cinematografico. Spesso e volentieri, infatti, si ha la sensazione che vi sia una situazione di parallelismo rispetto all’operato delle risorse allocate attraverso il FUS e l’industria culturale e cinematografica del nostro paese che versa in una situazione di grave criticità e, probabilmente, necessita di interventi di ben altro respiro.
Voglio anche ricordarle, signor sottosegretario, che avevamo assunto, in sede di Commissione, l’impegno di riportare al 25 per cento la quota di pertinenza del cinema sul FUS (che era l’aliquota originaria all’atto del varo della legge n. 163 del 1965), a condizione, sia chiaro, di prendere atto di un incremento sostanziale del fondo, che non andasse, quindi, a detrimento del teatro e della musica.
Vi ricordo – e lo ricordo alla relatrice, perché è stata anche lei che si è fatta interprete di tale dimensione problematica – che, a lire costanti del 1985, il FUS valeva 1.360 miliardi; oggi vi è un decremento pari almeno al 30 per cento. Non voglio ricordare, perché potrebbe sembrare strumentale, che con il governo del centrosinistra il FUS ha conosciuto un trend positivo. Prendo atto negativamente che, con le ultime leggi finanziarie, non abbiamo conosciuto incrementi significativi del fondo.

GUGLIELMO ROSITANI. Vi è un incremento almeno del 3 per cento.

ANDREA COLASIO. Onorevole Rositani, vi è un incremento, ma a fronte di un decremento del 2 per cento dell’anno precedente.
Lo ripeto al sottosegretario, così come l’ho ricordato stamattina in aula: esprimo grandi perplessità – anche se lei, signor sottosegretario, mi ha dato precise garanzie al riguardo – rispetto alla destinazione dei fondi della legge n. 662 del 1996, che determina le aliquote delle risorse del lotto destinate alla valorizzazione ed alla tutela del nostro patrimonio culturale. Prendo atto che lei, signor sottosegretario, ha ribadito che si tratta di un provvedimento tampone che considera anche le risorse non spese dalle sovrintendenze e, quindi, i residui che, di fatto, dovrebbero garantire operatività alle stesse sovrintendenze per il 2004. È una sorta di sollecitazione per evitare la dispersione di tali risorse.
Però, signor sottosegretario, credo che, comunque, si sia introdotto un elemento di distorsione in ordine a risorse (stiamo parlando di 180 miliardi) che avrebbero dovuto rappresentare un volano strategico per le politiche di tutela e valorizzazione del nostro patrimonio culturale.
Signor sottosegretario, sono anche convinto della sua buona fede quando afferma che negli anni successivi vi saranno processi che riequilibreranno il quantum di risorse che in questa fase, di fatto, è sottratto alle politiche di tutela del nostro paese. Ebbene, in merito a questo aspetto sono piuttosto perplesso, tanto più se considero – e le sottoscrivo – le considerazioni critiche non delle opposizioni ma della relatrice, la quale stigmatizza l’estrema varietà delle cifre relative al quantum di risorse presso il fondo di dotazione della BNL. Vi è uno scarto di 200 miliardi ed è uno scarto non temporale, ma definito da documenti ufficiali del Governo relativamente allo stesso periodo. È evidente che, sicuramente, si impone – e, al riguardo, vi sarà diritto di replica – un’opera di monitoraggio e di valutazione più attenta delle risorse giacenti presso la BNL.
Mi auguro che questo provvedimento sia veramente una tantum e non configuri una ridefinizione del sistema (anche se, giustamente, si è ricordato come con l’ultima finanziaria si sia esteso l’ambito di competenza del lotto). Ma un intervento di tale portata non focalizza una complementarità necessaria delle politiche dello spettacolo a fronte delle politiche di tutela. Su questo punto, come gruppo della Margherita, esprimiamo grandissima preoccupazione, perché – lo ripeto – distrarre 180 miliardi dalle politiche di tutela dei nostri beni culturali è problematico, tanto più se si considera che l’incidenza percentuale delle risorse allocate per le politiche di tutela dei beni culturali nel nostro paese è pari allo 0,30 per cento delle risorse pubbliche ed allo 0,2 per cento del PIL, a fronte di valori che in Francia e Germania hanno raggiunto da tempo (in Francia almeno dal 1959 con Malraux) la fatidica quota dell’1 per cento.
Conseguentemente, mi auguro che su questo aspetto – avremo modo di affrontare la questione domani in aula nel prosieguo del dibattito – vi siano precise assicurazioni ed ulteriori puntualizzazioni.
In definitiva, il provvedimento è, per molti aspetti, frettoloso, estemporaneo e sicuramente poco concertato con le categorie. Riteniamo molto positivo il fatto che la relatrice e il Governo abbiano recepito gli aspetti più positivi sottolineati dalle opposizioni.
Come gruppo della Margherita ci riserviamo di decidere in funzione delle modalità con cui verranno recepiti gli ulteriori nostri emendamenti, in modo particolare quelli concernenti la corresponsabilizzazione ed il preventivo parere delle Commissioni parlamentari in merito alle modalità di allocazione delle risorse Arcus, se il nostro voto sarà di astensione o contrario (Applausi dei deputati dei gruppi della Margherita, DL-L’Ulivo e dei Democratici di sinistra-L’Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l’onorevole Grignaffini. Ne ha facoltà.

GIOVANNA GRIGNAFFINI. Signor Presidente, ritengo che la relatrice ed i colleghi che mi hanno preceduto abbiano già definito abbastanza nel dettaglio la fisionomia, la qualità, i meriti, i demeriti e, comunque, la tipologia del decreto-legge in discussione. Pertanto, mi limiterò a svolgere alcune osservazioni di carattere generale ed alcune valutazioni di carattere politico. La prima è che tutti dobbiamo prendere atto – noi l’avevamo già fatto e mi rivolgo, quindi, alla maggioranza ed allo stesso Governo – che questo provvedimento, nella sua stesura originaria, è stato un vero e proprio incidente di percorso da parte del Ministero e del ministro competente. È un incidente di percorso che, seguendo una logica perversa molto diffusa nella modalità di legiferare di questa maggioranza, ha preteso, nel chiuso di una stanza e con alcuni malaccorti consiglieri, di intervenire in una materia così delicata e cangiante.
Infatti, l’aspetto importante della materia che ci troviamo di fronte è il suo carattere dinamico, progressivo, in continua trasformazione. Vi è stata un’opposizione dura dei gruppi di minoranza e dell’intero schieramento degli utenti della rete, dei fornitori di servizi, degli operatori dell’industria culturale. L’atteggiamento positivo della relatrice Carlucci – gliene abbiamo già dato atto – che, nei confronti di un provvedimento emanato dal suo stesso Governo, ha sollevato obiezioni e rilievi critici e l’atteggiamento positivo del Governo, in particolare del sottosegretario Bono, ci hanno consentito di rimettere il provvedimento sui binari giusti. Il contributo non è ancora ottimale, visto che la materia è delicata e sono state sollevate obiezioni anche su punti non direttamente collegati alle questioni della rete, ma siamo sulla strada giusta.
Dobbiamo porci in una prospettiva secondo cui il punto di riferimento delle direttive europee e, quindi, il richiamo ad un’attenzione alla pluralità dei diritti in gioco nei confronti di tale materia diventa elemento fondamentale. Riferimento alle direttive europee significa, ad esempio, la questione – presente nel decreto-legge – della non punibilità dell’uso personale: ciò è fondamentale da un punto di vista giuridico di tutela dei nuovi diritti. Inoltre, significa individuare strade possibili per ponderare la pluralità dei diritti. Si tratta dei diritti individuali legati all’accesso alla cultura e dei diritti degli operatori della società dell’informazione, i custodi della libera circolazione della comunicazione nelle società complesse. Le libertà di accesso e di comunicazione sono un punto fondamentale della società dell’informazione. Inoltre, vi è la tutela del diritto d’autore e di quello della privacy. Tra questi vari diritti bisogna trovare un punto di equilibrio: a ciò ci invita la Comunità europea.
Alcuni elementi – lo sviluppo tecnologico, la domanda prepotente di accesso alla cultura, il fatto che le società, per essere competitive, necessitano di maggiore cultura, sapere, informazione, comunicazione – ci costringono a considerare in modo diverso la questione della contemperazione tra i suddetti diversi diritti. Si tratta di una visione nuova rispetto a cui la logica repressiva della tutela è, oggi più che mai, del tutto inadeguata. Nella nuova stesura del decreto-legge vi è una concezione positiva di promozione di una cultura della legalità e di una cultura dell’accesso. Non dimentichiamoci, quando si misurano le percentuali della pirateria in Italia, che il nostro paese è abituato al consumo gratuito del prodotto audiovisivo attraverso le reti generaliste offerte perché pagate dalla pubblicità. Non vi è l’abitudine ad un consumo consapevole e ad una commisurazione dei diritti. La tutela del diritto d’autore è la possibilità di crescita e di creatività delle giovani generazioni: da ciò derivano le opere dell’ingegno.
Dunque, queste nuove questioni (lo sviluppo della tecnologia, l’esigenza di sviluppare sempre più una società della conoscenza e l’esigenza di liberare la grande domanda di cultura, che c’è soprattutto nei giovani) ci pongono di fronte al problema di pensare in modo nuovo la tematica della tutela e della promozione della cultura. C’è un detto che dice: non rincorrere il tappo, chiudi il buco. Ebbene, di fronte a queste nuove problematiche, rincorrere ad uno ad uno i comportamenti ritenuti illegittimi ed illegali credo sia, da un certo punto di vista, inutile, inefficace e diseconomico, perché non si potrà avere la quantità di risorse necessarie per inseguire tali comportamenti: mi riferisco non a quelli a fini di lucro, che giustamente vanno perseguiti e sanzionati, ma a quelli individuali. Questi ultimi non si possono più inseguire, ma dobbiamo considerare in modo positivo la spinta della domanda individuale di accesso alla produzione culturale, per farne un punto da rivolgere alle forze politiche al fine di costruire politiche pubbliche che rendano possibile questo accesso, stimolando le imprese e le industrie del settore a cambiare la loro logica…
Scusate, ma c’è un collega che con la sua telefonata mi entra in cuffia, come si direbbe nelle trasmissioni televisive…

PRESIDENTE. Colleghi, non entrate in cuffia, per carità, perché non si sa come poi va a finire…!

GIOVANNA GRIGNAFFINI. È necessario, dunque, un cambio di passo, da pensare insieme, al di fuori delle logiche da «stanza chiusa», in cui qualche consigliere detta un provvedimento del tutto incongruo rispetto alla contemporaneità. Pensare insieme – il Governo, le forze politiche e le forze sociali – questo cambio di passo è una grande sfida, che penso possiamo condividere. Così come risulta nella sua nuova formulazione – ancora da rivedere e che speriamo ulteriormente di correggere domani in aula -, mi pare che il provvedimento vada più nella direzione di questa filosofia che in quella originariamente prevista dal Governo.
Vorrei svolgere altre due brevi riflessioni sugli altri punti del provvedimento. Nel merito, hanno già parlato i colleghi Chiaromonte e Colasio; tuttavia, vorrei ribadire un aspetto: siamo tutti d’accordo sul fatto che ci troviamo di fronte all’esigenza di chiare azioni di monitoraggio e valutazione della spesa pubblica nel settore della cultura. Siamo tutti convinti che gli sprechi debbano essere eliminati. Però, vorrei che fosse chiaro che questa discussione non deve provocare un corto circuito tra spreco e inutilità delle politiche pubbliche nel settore della cultura. Anzi, i sistemi di valutazione e monitoraggio dell’efficacia dell’azione amministrativa vanno tutti valutati e commisurati, proprio perché nel settore della cultura c’è bisogno di un «di più» di intervento pubblico che, per essere mirato e diventare efficace, necessita di procedure, di modalità e di trasparenza. A tutto questo non risponde il decreto Urbani, che abbiamo già approvato per quello che riguarda il cinema (ma quella che possiamo fare è una discussione retrospettiva).
Inoltre, in questo provvedimento, non si risolve il tentativo di superare la fase di transizione, come è già stato osservato. Ci troviamo anche di fronte alla necessità di capire come la creatività, la differenza (rispetto alla norma, al conformismo e all’accreditamento) e, più in generale, i giovani possano trovare ancora forte sostegno da parte di politiche pubbliche (questo è un punto che il decreto Urbani non ha risolto, ma che ha, anzi, sicuramente aggravato). Rispetto a questa logica, non credo che una soluzione come quella dell’Arcus Spa sia idonea a rispondere ai problemi e alle domande nuove di politiche pubbliche ed anche di ricorso a risorse e a soggetti privati che nella concertazione possono esercitare una funzione efficace.
Ci troviamo di fronte ad una nuova burocrazia, alla costituzione di una società che, anziché agevolare, finalizzare, rendere più produttivo il lavoro e l’apporto anche di soggetti e di risorse private alla tutela ed alla valorizzazione dei beni culturali e, più in generale, dei prodotti culturali, introduce di fatto un filtro che rischierà di espropriare gli stessi soggetti privati, proprietari di beni ovvero disposti anche ad intervenire direttamente, attraverso opportuni finanziamenti, della titolarità e della competenza sull’esercizio delle funzioni di valorizzazione. Stiamo costruendo un nuovo filtro, una nuova burocrazia che non è in grado di stare in piedi, tant’è vero che la dobbiamo finanziare con il provvedimento in esame.
Sottosegretario Bono, l’Arcus è una società che dimostra di non essere in grado di rimanere sul mercato e, pertanto, secondo la vostra logica, dovremmo abrogarla prima ancora che cominci ad espletare le sue funzioni!
Con riferimento, comunque, alle parti del provvedimento relative alle questioni del cinema, dell’Arcus Spa e dei beni culturali, speriamo, attraverso i nostri emendamenti, che il Governo apporti alcune correzioni, proposte anche dalla relatrice.
Pertanto, in questo spirito di collaborazione, grazie all’apporto dell’opposizione finalizzato alla costruzione di un testo moderno, all’altezza dei tempi che corrono, auspichiamo che domani venga svolto in Assemblea un buon lavoro (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-L’Ulivo e della Margherita, DL-L’Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l’onorevole Rositani. Ne ha facoltà.

GUGLIELMO ROSITANI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi pare si tratti di un argomento, come emerge da tutti gli interventi svolti in quest’aula, da quello della relatrice, alla quale ribadiamo i nostri apprezzamenti, a quelli dei colleghi dell’opposizione, che viene affrontato con la necessaria serenità, perché tutti siamo coscienti della complessità dell’argomento (mi riferisco, in particolar modo, al diritto d’autore ed alla pirateria). Questa sera sono emerse ulteriori posizioni che ci fa piacere registrare.
Vi è stato, al riguardo, uno spirito di collaborazione, ma non si può dire che il merito sia attribuibile solamente all’opposizione! È vero che il ministro ha varato un decreto-legge forse un po’ improvvisato, ma è anche vero che la maggioranza è intervenuta in tempo per far capire al ministro che l’impostazione adottata era profondamente errata. La collaborazione, comunque, è sempre auspicabile, perché, insieme, le cose si fanno nel miglior modo possibile.
Il merito del Governo è stato, comunque, quello di aver avuto il coraggio di affrontare per primo un argomento complesso e difficile: in qualunque modo avesse espletato il suo lavoro, vi sarebbero state situazioni non chiare e non decifrabili. Il suo merito, pertanto, è stato quello di aver varato un provvedimento, finalizzato ad affrontare tale problematica: originariamente, ha individuato una soluzione parziale al problema, ma la Commissione, maggioranza e minoranza, ha proposto di estenderla a tutti settori che rientrano nel diritto di autore.
Questa sera stiamo discutendo di un provvedimento estremamente serio, interessante e molto utile, che ci consente di affrontare l’argomento con la necessaria serenità (è stato presentato un emendamento all’articolo 1 da parte del Governo).
Con riferimento al fenomeno della pirateria (i colleghi, forse, non si sono soffermati troppo sulla necessità del provvedimento in esame), sono state effettuate alcune stime, da cui sono emerse cifre veramente impensabili.
Certamente, tali dati sono veri, almeno dal punto di vista generale; si tratta cioè di cifre di grande entità. Dunque, era giusto che il Governo affrontasse tale argomento, in quanto gli autori delle opere d’ingegno hanno il diritto di essere difesi alla stregua delle opere in senso oggettivo.
Signor Presidente, occorre dire la verità, perché per quanto concerne il settore della cultura e dello spettacolo il Governo è potuto intervenire con grandissime difficoltà; infatti, quel benedetto Titolo V della Costituzione ha bloccato per due anni diverse proposte di legge, inducendo il Governo spesse volte a muoversi in termini sbagliati, tant’è vero che gli organismi superiori sono intervenuti per esprimere il proprio parere.
Oggi, affrontiamo il problema della pirateria in maniera più complessa e più serena, grazie a questa iniziativa dell’esecutivo. Dunque, come intervenire? Indubbiamente, l’emendamento presentato all’articolo 1 intanto individua gli obiettivi che si intendono raggiungere attraverso questo decreto-legge, vale a dire quelli della tutela, dell’incremento e della diffusione della cultura attraverso Internet; quello della tutela dell’opera di ingegno; quello dell’allargamento oltre l’Europa dei confini del mondo multimediale.
Evidentemente, la soluzione di tale problematica non è facile, anche se occorre sottolineare che, attraverso il lavoro di tutti – e la relatrice in questo è stata puntuale -, si è chiarito quali debbono essere le fonti e la gradualità di intervento sulla copia privata – già sanzionata in termini amministrativi da un precedente provvedimento -, si è individuato il termine del 3 per cento sulle fonti della produzione e dell’acquisto, dunque si stanno compiendo passi avanti e in maniera piuttosto seria.
Il problema va affrontato in maniera chiara e netta, soprattutto con riferimento a chi si deve colpire, cioè colui che utilizza la pirateria per motivi commerciali e per fini di lucro. Infatti, occorre difendere la cultura e invogliare il giovane a conoscerla attraverso Internet, garantendo comunque il diritto d’autore. E mi pare che la strada che siamo intraprendendo sia quella giusta.
Domani, durante l’esame del provvedimento, sarà anche chiaro come intervenire al fine di sanzionare chi non rispetta la legge, delimitando l’uso della copia privata rispetto alla illegittimità dell’uso a fini di lucro.
Questo è un passaggio importante del decreto in oggetto e dobbiamo ringraziare il Governo per l’articolo 2, quello relativo al cinema, che ha recepito le richieste formulate in Commissione, rivedendo il taglio netto sugli aventi diritto all’esame per l’intervento finanziario, in modo da recuperare i soggetti che avevano fatto riscontrare dei miglioramenti. Mi pare che l’articolo 2 chiarisca alcuni aspetti in modo condivisibile e risolva il problema di almeno quaranta richieste ancora in corso di definizione.
Sono inoltre d’accordo con la norma del decreto con cui, purtroppo, il Governo è costretto a ricorrere a 90 milioni di euro per affrontare i problemi posti dal comma 1 dell’articolo 2, prevedendo interventi a favore di situazioni da sanare. Vorrei ricordare agli amici del centrosinistra, in maniera cordiale e pacata, che si è giunti a questa situazione per colpa di una finanza allegra; il dispendio del denaro pubblico a favore del cinema è però finalmente finito.
Purtroppo, dobbiamo registrare che le casse della Banca Nazionale del lavoro, contenenti durante il Governo di centrosinistra 800 miliardi di vecchie lire, hanno disponibilità ora per soli 60 milioni di euro. Vorrei, inoltre, ricordare il decreto Veltroni, che qualche anno fa ha abolito le percentuali della legge per quanto riguarda il settore dello spettacolo, favorendo una spesa irresponsabile a favore del cinema, ma non solo di questo. Senza alcun dubbio sono stati registrati sprechi, con elargizioni scriteriate, tanto da trovarci oggi di fronte a difficoltà tali che il Governo si è trovato costretto a stanziare 90 milioni di euro, sottraendoli ad altre destinazioni.
Ho ascoltato questa sera il discorso relativo al famoso 25 per cento, ma non mi soffermerei, colleghi, su questo aspetto, perché l’intervento sul cinema non è legato a logiche antiche di clientelismo e di elargizioni scriteriate. Con tali logiche si producevano 139 film in un anno, ma di questi appena una decina approdavano effettivamente nelle sale, mentre il resto rimaneva forse nei cassetti di qualche produttore o di qualche regista. Intanto i miliardi erano già stati spesi senza alcun vantaggio per il cinema, ma i vantaggi, guarda caso, andavano agli amici degli amici che avevano ottenuto dalle commissioni compiacenti elargizioni a man bassa per pellicole di nessun valore e di nessun significato.
Dobbiamo raccontarlo per onestà storica e politica, colleghi dell’opposizione! Oggi il problema relativo al 25 per cento non si pone più, perché mi auguro che intanto si possa proseguire con l’iter relativo alla proposta di legge sul cinema, di cui sono firmatario insieme all’onorevole Carlucci, e che si possa affrontare il problema fiscale.
Speriamo finalmente di avere chiara la posizione delle regioni rispetto agli spettacoli dal vivo e la settimana prossima avremo sicuramente all’ordine nel giorno la legge-quadro in materia.
La logica che ispira il Governo e la maggioranza è quella di favorire ed aiutare il cinema attraverso il coinvolgimento del produttore, che deve essere serio e credibile, in quanto gli si chiede preventivamente di essere in grado di finanziare il 50 per cento del valore del film per poter ottenere il contributo o il prestito da parte dello Stato.
Stiamo dunque tentando di moralizzare anche il settore dello spettacolo e il mondo del cinema (Commenti)… La verità vi fa male, mi dispiace, ma queste cose le devo dire! Stiamo cercando di moralizzare il finanziamento in favore del cinema…

GABRIELLA PISTONE. Eravamo immorali!

GUGLIELMO ROSITANI. Non mi riferisco evidentemente al contenuto dei film, ma alle modalità di elargizione dei fondi in favore del cinema.
Siamo dunque arrivati finalmente al momento in cui si potranno «guardare in faccia» i produttori ed esaminare i curriculum presentati, sulla base dei criteri stabiliti, che ritengo siano condivisibili. I finanziamenti saranno dunque erogati in favore di produttori autentici e di registi validi, che presentino sceneggiature serie, e saranno destinati a film veri, con l’augurio del successo da parte del produttore, che stanzia il 50 per cento delle risorse, e del Governo, che intendono concorrere al miglioramento della qualità del cinema italiano, e non soltanto di quello italiano.
Concludo, soffermandomi sull’articolo 4, relativo ad interventi straordinari in favore di Cinecittà e del Centro sperimentale di cinematografia. Concordo sulla necessità di tali interventi e presenterò al riguardo un ordine del giorno per chiedere che almeno la metà dello stanziamento sia destinato al funzionamento dell’Istituto Luce, la cui attività rischia di essere interrotta per la mancanza di fondi.
Quanto al contributo straordinario di 500 mila euro in favore del Centro sperimentale di cinematografia, richiamo l’attenzione del Governo sulla necessità di intervenire, in quanto tale centro è superato per quanto riguarda le strutture, i programmi e gli insegnanti, e la sua fama sta declinando lentamente per mancanza di mezzi, di volontà o di capacità. Ben venga, dunque, tale stanziamento, anche se ignoro come sarà impiegato: mi auguro ciò avvenga nella direzione che ho indicato.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

La redazione