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Il software è mio, ma lo scarichi tu

Dopo le alleanze e le fusioni strategiche, per la Rete è arrivato il
momento delle lobby. La scorsa settimana, trenta tra gruppi e associazioni hanno formalmente annunciato al Congresso degli Stati Uniti di aver dato vita alla "Copyright Assembly".
Obiettivo: «preservare, proteggere e difendere l’inviolabilità del copyright». La nascita della lobby non ha avuto la risonanza planetaria dell’alleanza Time Warner – Aol, ma probabilmente avrà lo stesso peso quando bisognerà prendere decisioni che riguarderanno il futuro di Internet, visto che i membri della Assembly sono le associazioni che rappresentano network televisivi, industrie di software, case discografiche e musicali, leghe sportive, gruppi editoriali.
La Copyright Assembly riconosce le immense potenzialità di Internet, ma nota anche che «la rete è un paradiso» per tutti coloro che tentano di aggirare i diritti d’autore e che «in questo momento ci confrontiamo con gli arrembaggi di chi, con la scusa di difendere l’innovazione tecnologica, viola il copyright con uno sfacciato disdegno per le leggi e le regole che guidano ogni giorno il lavoro degli americani».
L’assemblea per i diritti del copyright non sottoscriverà una legislazione specifica, ma lavorerà per proteggere il diritto d’autore di tutto ciò che viaggia su Internet, dalla musica al software, passando per le embrionali trasmissioni video.
Già nel 1998 alcune delle Associazioni di categoria che formano la neonata lobby avevano fatto pressioni sul Congresso per far approvare il Digital Millenium Copyright Act (il Dmca), una normativa che portò ad un giro di vite nei confronti di chi scopiazzava impunito software e musica. Ma evidentemente non è bastato. Il rapporto tra Internet e diritti d’autore è sempre stato difficile. Qualche mese fa si è conclusa una campagna che ha portato a chiudere centinaia di siti da cui era possibile scaricare l’ultimo successo musicale registrato su file mp3 senza dover pagare una lira.
Risultato: zero. Tutt’ora è possibile scaricare in maniera illegale registrazioni pirata di brani appena usciti sul mercato.
E se le case discografiche non dormono sonni tranquilli, i produttori cinematografici hanno i nervi tesi. Uno dei personaggi che ha avuto un ruolo chiave nella nascita della Copyright Assembly è Jack Valenti, Chief Executive della Motion Picture Association of America (Mpaa), l’associazione delle case cinematografiche a stelle e striscie. La Mpaa è salita agli onori della cronaca staunitense, e non solo, quando, nel gennaio scorso, denunciò il sedicenne norvegese Jon Johansen. Il giovane scandinavo fu accusato di aver violato i diritti di copyright di un software che serve a criptare il contenuto dei supporti Dvd. Jon passò una nottata dentro una caserma della polizia norvegese, e ora attende un processo. La difesa transoceanica del Digital Millenium Copyright Act portò a violente proteste da parte delle associazioni, di ogni parte del mondo, che difendono i diritti civili. Anche perché, sempre secondo le associazioni, oltre alla sproporzione tra il reato imputato a Johansen e la reazione della Mpaa, i capi di accusa sono tutti da dimostrare.
E se negli Stati Uniti il problema è di scottante attualità , in Italia non è da meno. Con le dovute proporzioni, s’intende. La legge che nello stivale regola i diritti di copyright nel mondo di Internet e del software è stata approvata nel 1992. I maligni dicono che Microsoft avesse operato pressioni in tal senso, visto il potenziale dell’allora nascente mercato informatico italiano e il dilagare, già allora, della pirateria. Sta di fatto che, dotati dell’apposita normativa, dopo l’approvazione della legge nel 1992, la magistratura e la polizia si sono scatenate. Nel 1993 partì un’operazione invesigativa dal nome Hacker’s Hunter, i cui risultati non furono brillanti, visto che il fenomeno dell’hacking in Italia era pressoché sconosciuto.
Si mirava sopratutto al sequestro e alla denuncia di copie illegali di software. Poi venne, nel 1994, la più pesante operazione Crackdown, con la chiusura di alcune reti telematiche amatoriali, parallele a Internet, ritenute colpevoli di permettere il download di software pirata. Quindi nel 1995 fu la volta di Ice-Trap. Nel 1996 magistratura e polizia tirarono il fiato per ripartire nel 1997 con l’operazione Gift-Sex. Per adesso tutto tace: chissà se bisognerà aspettare la nascita di una lobby tricolore per altre clamorose operazioni in difesa del copyright telematico.
Giovanni Spataro –
L’Espresso 6 marzo 2000

About Giovanni d'Ammassa

Avvocato con studio in Milano dal 1997, coltiva sin dall'Università lo studio e l’insegnamento del diritto d’autore. Fonda Diritttodautore.it nel 1999. Appassionato chitarrista e runner.