Organi di stampa e il bluff della sentenza di Cassazione: reagiscono le associazioni dell’industria culturale

“La notizia che la maggior parte degli organi di stampa hanno annunciato con grande veemenza nella giornata di sabato 20 gennaio, in realtà era una non notizia. Il vostro operato, forse più ispirato a cercare e creare lo scoop a tutti i costi, ha però generato ora una forte confusione nell’opinione pubblica e procurato seri danni a chi produce contenuti, che ovviamente vanno protetti e tutelati”.
Così FIMI in un comunicato diffuso ieri e rivolto a tutti gli organi di stampa.
“Sarebbe bastato verificare con più attenzione la notizia pubblicata da Punto Informatico e ieri prontamente smentita dagli stessi autori del sito per comprendere che non c’erano elementi nuovi e tesi rivoluzionarie sull’argomento. Si è parlato di una sentenza della Cassazione riferita però alla normativa in vigore precedentemente alle modifiche legislative introdotte dalla Legge 248/2000, dal successivo recepimento della Direttiva Europea sul Copyright, nel 2003 e dal decreto legge Urbani nel 2004 e poi convertito in legge nel 2005. Si tratta di provvedimenti che hanno, in realtà , modificato in successione la legge 633/41 sul diritto d’autore”.
Aggiungiamo che sarebbe bastato leggere la notizia pubblicata da Dirittodautore.it il 15 gennaio scorso…
Anche BSA ha fatto circolare ieri un comunicato, dal seguente tenore:
“Business Software Alliance (BSA) si unisce alle altre Associazioni di categoria – e in particolare a FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana) ed FPM (Federazione antiPirateria Musicale) per il settore discografico – nell’esprimere il più profondo disappunto per come la sentenza emessa dalla Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione il 9 gennaio u.s. è stata riportata dai media, stravolgendone il reale significato giuridico in vista di una “presunta liceità ” dello scambio di opere coperte da diritto d’autore in modalità file sharing.
“Diversi titoli e commenti pubblicati tendono a far pensare al lettore che la sentenza inaugura una stagione di diverso trattamento del file sharing di opere protette, e rischiano così di creare nel pubblico false aspettative inducendo a comportamenti che rimangono sanzionabili, oltre che forieri di gravi conseguenze economiche per il comparto dell’industria culturale”, commenta Simona Lavagnini, Legal Counsel di BSA Italia.
Entrando nel merito della questione, è doveroso sottolineare che i fatti cui si riferisce la sentenza sono accaduti nel 1999, ossia precedentemente all’entrata in vigore sia della legge c.d. antipirateria (248/2000) sia della legge 43 del 2005, contenente anche disposizioni in materia di utilizzo abusivo tramite reti informatiche di opere dell’ingegno.
La legge 248, anzitutto, ha stabilito che costituisce reato la duplicazione abusiva di programmi per elaboratore, anche quando il fine sia quello di ottenere un profitto (anziché un lucro), fattispecie in cui ricade anche il mancato sostenimento del prezzo di vendita al pubblico del prodotto. Inoltre, la legge 43 del 2005 ha qualificato come reato la condotta di chi “mette a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un’opera dell’ingegno protetta”. Tale condotta è poi più severamente punita (con la pena della reclusione da 6 mesi a 3 anni e della multa fino a 15.493 euro) se svolta con il fine di procurarsi un lucro. Senza contare che tali attività costituiscono comunque un illecito amministrativo oltre che un illecito civile, legittimando i titolari dei diritti d’autore a chiedere quantomeno il risarcimento del danno patito.
La legge vigente nel 1999, come giustamente ha riscontrato la Corte di Cassazione, non aveva questo tenore e per questo motivo la condotta degli studenti torinesi non è stata punita: una legge penale che aggrava la pena per una particolare azione non può infatti applicarsi alle azioni precedenti la sua entrata in vigore.
La disinformazione creata intorno alla citata sentenza deve essere però stigmatizzata in quanto foriera di gravi danni sia per il consumatore (il quale può sentirsi portato a commettere un’azione che costituisce in realtà un reato, nell’erronea supposizione che tale azione sia invece lecita), sia per tutti i settori industriali interessati ed i lavoratori che ad esse fanno riferimento, i quali possono patire le conseguenze derivanti dal possibile incremento di un’attività responsabile di danni ingentissimi, che si riverberano in ultima istanza nella mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo creativi e, infine, anche nella mancata creazione di nuovi posti di lavoro nelle aziende dei settori colpiti dalla pirateria.
“Per questo appoggiamo le posizioni manifestate dalle altre associazioni che rappresentano i titolari dei diritti”, conclude Lavagnini. “Perché l’effetto della disinformazione cui siamo stati esposti in questi giorni potrebbe portare presto a una valanga di comportamenti illeciti ai danni sia dei prodotti informatici che di quelli audiovisivi, videoludici, multimediali etc; e, pur rispettando le diverse posizioni in campo in questa materia, ma sempre nell’interesse dei consumatori, è doveroso ricordare che nel nostro ordinamento i titoli di giornale ‘non fanno giurisprudenza’”.

Su Giovanni d'Ammassa

Avvocato con studio in Milano dal 1997, coltiva sin dall'Università lo studio e l’insegnamento del diritto d’autore. Fonda Diritttodautore.it nel 1999. Appassionato chitarrista e runner.