La S.I.A.E. ricorda D’Annunzio, Presidente onorario dell’ente dal 1920 al 1938

“Non solo vate decadente, scrittore notturno e baldo combattente, ma anche un Gabriele D’Annunzio sensibile alle battaglie in difesa del lavoro degli autori, attento ai diritti e al ruolo dello scrittore di teatro in un’epoca in cui l’industria culturale stava sviluppandosi in modo prepotente. Aveva capito l’importanza perfino del bollino S.I.A.E., proposto dall’editore Treves per i frontespizi dei libri in modo da contrastare la pirateria, la bollinatura è stata, quindi, inventata quasi cent’anni fa, uno dei tanti corsi e ricorsi in questi giorni nei quali la S.I.A.E. si batte per la difesa di questo strumento antipirateria insieme a tutte le associazioni degli autori e degli editori e alla maggior parte dei produttori. Già D’Annunzio aveva scoperto che dell’edizione de ‘Il Fuoco’ pubblicata nel 1900 esistevano ‘stampe alla macchia ad opera di vivissimi malandrini'”.
Con queste parole il Presidente della S.I.A.E. Giorgio Assumma, ha introdotto i lavori della Giornata dedicata a Gabriele D’Annunzio per i settant’anni dalla sua morte che si è svolta l’altro ieri alla Biblioteca Teatrale del Burcardo. “D’Annunzio è stato Presidente onorario della S.I.A.E. dal 1920 al 1938 – ha ricordato Assumma – in anni in cui gli autori invocavano più attenzione alle sorti del teatro italiano. Lo scrittore collaborò intensamente alla riforma del diritto d’autore del 1926, lottando anche per la durata della di protezione dell’opera che voleva calcolata in base alla vita dell’autore”.
“Uno straordinario lavoratore, uno scrittore che fu soprattutto un innovatore, e che ha rappresentato gli aspetti più liberi de Novecento, aprendosi alle novità e alla partecipazione popolare, non solo il personaggio legato alla politica fascista”. Così Giordano Bruno Guerri, Presidente del Vittoriale e autore del libro “D’Annunzio. L’amante guerriero” (Mondadori), che ha già superato la dodicesima edizione, ha raccontato il “D’Annunzio che conquistò Fiume, sparigliando letteralmente le compagini politiche del tempo. Molti finanziamenti arrivarono a D’Annunzio per l’impresa di Fiume dagli industriali italiani che temevano che Fiume iugoslava avrebbe fatto concorrenza a Trieste”. Per Guerri, D’Annunzio portò a maturazione impulsi di nazionalismo che aiutarono gli interventisti italiani e durante la prima guerra mondiale fu un combattente vero. Il maresciallo Cadorna parlò del ruolo di D’Annunzio come trascinatore delle truppe. Dopo le sue imprese aviatorie, divenne il Garibaldi dell’inizio del Novecento. “Con D’Annunzio Fiume divenne una delle città più dinamiche d’Europa, pervasa da un clima di libertà quasi totale e da una straordinaria gioia di vivere. A Fiume le donne avevano parità assoluta con gli uomini, in un’epoca in cui non avevano ancora il diritto di voto, e anche l’omosessualità era pienamente riconosciuta.”
Nel suo intervento, Paola Sorge ha evidenziato che i diritti d’autore per D’Annunzio rappresentavano l’unica sua fonte di reddito in mezzo a un’incessante necessità di denaro (manteneva una cospicua famiglia allargata). “Spesso si lamentava ” ha detto la giornalista – per la pirateria perchè trovava copie contraffatte delle sue opere sulle bancarelle. Della questione del diritto d’autore discusse anche con Mussolini con il quale rivide il testo della legge”. Fu un precursore anche del linguaggio pubblicitario perché aveva una visione moderna e aperta sul futuro. Le sue frasi, meglio i suoi slogan, erano molto avidamente richieste. “La nave” lo consacrò Vate nazionale e gli fruttò 110.000 lire. Del teatro dannunziano Sorge ha ricordato poi una straordinaria messa in scena per “La figlia di Jorio”, con i bozzetti di Giorgio De Chirico e la regia di Luigi Pirandello, al quale D’Annunzio scrisse per dare precise indicazioni per la regia. Anche sul cinema D’Annunzio ebbe un’influenza, sia diretta che indiretta. Scrisse, infatti, diversi soggetti e sceneggiature.
Il segretario generale della Società Dante Alighieri Alessandro Masi ha affrontato la questione del rapporto tra D’Annunzio e il suo “dimidium animi”, Francesco Paolo Michetti. L’incontro con il pittore abruzzese è alla base dell’ingresso di D’Annunzio nel Cenacolo di Francavilla che fece parlare tanto di sé, al punto che Papini e Giuliotti nel 1923 scrissero nel “Dizionario dell’Omo Salvatico” che l’Italia, a causa di quella leggendaria brigata, “corse il rischio di diventare abruzzese”. La ricerca di corrispondenze e di compenetrazioni tra le arti sorelle fu alla base dell’operato degli artisti del Cenacolo, come fu comune il tema della terra d’Abruzzo, protagonista di tele, musiche e versi. Il gruppo cominciò ad essere operativo a partire dall’estate del 1881, quando arrivò a Francavilla il diciassettenne Gabriele, che si cimentò nell’arte della pittura e della scultura. Il gruppo pellegrinava per l’Abruzzo per fotografare o catalogare e studiare gli eventi religiosi dell’entroterra. Da Francavilla il cenacolo si trasferiva a Roma nei mesi invernali, in un “misterioso” appartamento in via dei Prefetti. Michetti e il gruppo di Francavilla furono, dunque, l’epicentro del noviziato artistico di D’Annunzio che cercò di portare nella letteratura il potenziale espressivo della pittura di Michetti, con immagini visive rapide e ricche d’ impressioni spontanee e naturali.
Edo Bellingeri, Professore ordinario in Discipline dello Spettacolo nell’Università di Roma Tor Vergata, ha parlato dello straordinario successo de “La figlia di Jorio” che, dopo il debutto al Teatro Lirico di Milano nel 1904, fu tradotta in versioni, lingue e dialetti diversi, amplificando la fama di D’Annunzio con risultati senza precedenti nel suo repertorio teatrale. Dopo aver assistito alla rappresentazione de “La figlia di Jorio” al Teatro Valle di Roma, Scarpetta ebbe l’idea di farne una parodia con il titolo “Il figlio di Jorio”. L’ammirazione per il capolavoro dannunziano si trasformò in ossessione, ma il Vate – anche con il parere favorevole di Marco Praga, allora Presidente della Società degli Autori – si sottrasse all’impegno di mettere per iscritto il suo consenso. Tuttavia l’opera andò in scena, ma il secondo atto fu interrotto da interventi ostili del “partito” dannunziano. Le rappresentazioni furono sospese e una settimana dopo Marco Praga, a nome di d’Annunzio e della Società degli Autori, presentò querela contro Scarpetta, sostenendo che “Il figlio di Jorio” non era una parodia ma “una vera e propria contraffazione e riproduzione abusiva di scene della tragedia dannunziana, all’evidente scopo di trarne lucro, creando una sleale concorrenza” in danno dell’autore della tragedia. La causa si concluse, però, con la piena assoluzione di Scarpetta. Nel confrontare le due opere, il giudice sentenziò che fra esse ” sotto ogni punto di vista, sussiste la più profonda contraddizione ed antitesi; di nomi, di personaggi, di episodi, di azione, di concezione e finalità “.
E’ stata poi la volta Beppe Servillo che ha letto la prefazione dell’opera “Più che l’amore” un lavoro teatrale di D’Annunzio del 1936, nella quale il poeta si paragona a Dante. E’ seguita la proiezione del film delle prove de “La figlia di Jorio” al teatro Lirico di Milano, con Peppe Servillo nei panni di D’Annunzio.
Arturo Mazzarella, Preside del Corso di laurea del DAMS di Roma Tre, identificando il poeta come pioniere della cultura di massa, ha parlato del fatto che D’Annunzio ha anticipato le trasformazioni dell’immaginario collettivo . “D’Annunzio ha impersonato fisicamente le potenzialità della cultura di massa – ha detto Mazzarella – non intendendola come appiattimento o livellamento, ma come un’estensione in cui ognuno conserva la sua individualità . Dopo l’industrializzazione sono cambiati i processi sociali e la “merce” è diventata oggetto di desiderio per un pubblico ampio, che comprende tutti i ceti sociali. C’è una contraddizione che la cultura di massa si porta sempre dietro e cioè il binomio desiderio-frustrazione, in base al quale un desiderio non può mai essere soddisfatto definitivamente, ma deve generare una ininterrotta “catena desiderante. In fondo, proprio questo è il nucleo centrale del “Piacere”, che va spogliato di alcuni suoi orpelli ridondanti ed estetizzanti, per ricondurlo al suo cuore segreto: la messa in scena di quella dinamica tutta contemporanea, che vede il desiderio vivere per il fantasma e morire per l’appagamento. Quest’eterna, frustrata rincorsa tra ciò che si desidera e ci si immagina e tra ciò che realizzandosi, invece, si perde è la grande , vitale scoperta dannunziana.”
L’attore Gianfelice Imparato ha interpretato un brano dello spettacolo “A causa mia” legato al processo D’Annunzio-Scarpetta, con proiezione di un filmato riguardante, in particolare, la “Supplica a Gabriele” di Scarpetta il 24 agosto 1904 a Marina di Pisa.
Il Direttore della Rivista S.I.A.E. “Vivaverdi”, Sapo Matteucci, che ha moderato una parte del Convegno, si è soffermato sui rapporti tra D’Annunzio e la S.I.A.E. e in particolare sulla modernità del suo linguaggio . “Il linguaggio di D’Annunzio, come ha mostrato Mengaldo, ha permeato gran parte della poesia italiana del Novecento: se viene meno l’impalcatura mitica, la lingua e il suono dannunziano continuano perennemente e per lunghi anni a lavorare i fianchi di ogni esperienza poetica a seguire, nonostante il ridimensionamento fero ce di Croce. Poliedrico e polifonico D’Annunzio, fu un artista totale e totalizzante(poeta, romanziere, scrittore e regista teatrale, cronista raffinatom cultore d’una prosa solare e notturna al tempo stesso) che non disdegnò affatto i lato pratici legati al mestiere dell’autore. Fu alfiere delle battaglie contro coloro che si impossessavano delle opere altrui o che le manipolavanono. “Sono quelli anni cruciali per autori ed editori italiani, che di fatto vedono padroni dei diritti gli impresari teatrali, i quali impongono ai loro circuiti le opere di cui hanno acquistato i diritti. Gli autori erano semplici prestatori di opera che venivano liquidati con pochi soldi. In questo clima, in cui gli autori lottano per la loro autonomia morale ed economica, D’Annunzio diventa socio effettivo della Società Italiana degli Autori nel 1906 e continuerà sempre a combattere la sua battaglia per l’autonomia e il riconoscimento dei diritti, affiancato da Marco Praga”.
” Gabriele D’Annunzio era uno scrittore come non ne abbiamo più oggi, nonostante la sua arroganza creativa – ha iniziato così il suo intervento l’onorevole Luca Barbareschi – caratteristica fondamentale per un artista che, tuttavia, negli ultimi decenni si è persa”. Facendo riferimento al libro di Harold Bloom “Il canone occidentale”, che ha individuato i canoni attraverso i quali si riconoscono i veri scrittori, Barbareschi ha spiegato la differenza tra coloro che hanno la grande capacità di inventare nuovi linguaggi, rompendo gli schemi, e coloro che invece utilizzano la scrittura in modo diciamo così “politically correct”. “D’Annunzio – secondo Barbareschi – è un grande scrittore e rappresenta la nostra tradizione alla quale dobbiamo rifarci per diventare solo dei “casellanti delle autostrade” culturali dove si fanno solo passare contenuti di altri Paesi. Sono importanti iniziative come questa Giornata dedicata a D’Annunzio che rivalutano i grandi autori della nostra tradizione”.
Nel corso del convegno è stata inaugutrata una mostra dedicata a Gabriele D’Annunzio- aperta fino alla fine di novembre, dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 13.30, in via del Sudario 44, sede della Biblioteca e Raccolta Teatrale S.I.A.E. del Burcardo. Sono esposti materiali relativi agli allestimenti de “La figlia di Jorio”, bozzetti e locanine. Preziosi i costumi del primo allestimento de “La Figlia di Jorio”, i bozzetti originali di De Carolis e il libro originale della parodia di Scarpetta “Il figlio di Jorio”.
Fonte: S.I.A.E.

Su Giovanni d'Ammassa

Avvocato con studio in Milano dal 1997, coltiva sin dall'Università lo studio e l’insegnamento del diritto d’autore. Fonda Diritttodautore.it nel 1999. Appassionato chitarrista e runner.