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L’opera fotografica non è tale per merito della tecnologia utilizzata, ma la realizzazione della rappresentazione fotografica è elemento principale e come tale tutelabile ai sensi della legge sul diritto d'autore.

Corte di Cassazione penale, sez. III, Sentenza 12 luglio – 7 settembre 2012, n. 34237

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 12 luglio – 7 settembre 2012, n. 34237
Presidente Squassoni – Relatore Marini

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 19/2/2010 il Tribunale di Genova ha assolto gli odierni ricorrenti, quali legali rappresentarti della “G.S. Sas”, dai reati ex art. 110 cod. pen., art. 171, commi 1 e 2, art. 171-ter legge 22 aprile 1941, n. 633 loro contestati per avere posto in commercio, diffuso via internet e abusivamente utilizzato immagini virtuali create dal sig. M.A.F.

2. Con la sentenza del 27/4/2011 la Corte di appello di Genova sulla impugnazione della sola parte civile ha riformato la prima decisione e ritenuto sussistere la lamentata violazione del diritto d’autore che il Tribunale aveva negato. Premesso che il sig. F. non ha mai rivestito la qualifica di dipendente della società degli imputati ed ha operato dietro incarico professionale, la Corte di appello afferma che il Tribunale “è incorso in una serie di equivoci tecnici, giuridici e fattuali” che riguardano:
a) L’uso della tecnica relativa alle “fotografie c.d. immersive”, tecnica che “è funzionale di per sé stessa alla creazione di una realtà virtuale, in cui l’oggetto della rappresentazione costituisce il presupposto materiale dell’interpretazione creativa”;
b) L’affermazione della prima sentenza secondo cui “qualsiasi fotografia in sé è meritevole di tutela“, affermazione cui non corrisponde il restante argomentare di quella sentenza e la conclusione cui il Tribunale è giunto;
c) La distinzione fra “consegna” del supporto del materiale fotografico e la r…
d) L’esistenza di prove di un “patto contrario” che limitava l’utilizzo del materiale all’ambito del G8 e conservava il diritto d’autore in capo all’autore delle fotografie.

3. Avverso tale decisione i sigg. L. e P. propongono ricorso personalmente, in sintesi lamentando l’errata applicazione di legge ai sensi dell’art. 606, lett. b) cod. proc. pen. in relazione agli artt. 88 e 89 della legge 22 aprile 1941, n. 633 per avere la Corte di appello applicato la disciplina in vigore anteriormente alla citata legge del 1941 che ha, invece, introdotto la distinzione fra fotografia e opera fotografica: e siccome la cessione del negativo comporta (art. 89 citato) anche la cessione del diritto dell’autore delle fotografie e, nessun carattere di creatività può essere attribuito alle fotografie in sé, è evidente che solo la tecnologia utilizzata dalla società dei ricorrenti e messa a disposizione del fotografo ha costituito l’elemento di specificità dell’opera.
Inoltre, nessun elemento la parte civile ha fornito in ordine all’esistenza di un patto contrario alla cessione del diritto sulle immagini.

4. Con memoria depositata il 22/6/12 la parte civile ha chiesta che sia dichiarata la inammissibilità del ricorso.

Considerato in diritto

1. In considerazione del contenuto dei motivi di ricorso la Corte deve osservare in via preliminare che il giudizio di legittimità rappresenta lo strumento di controllo della corretta applicazione della legge sostanziale e processuale e non può costituire un terzo grado volto alla ricostruzione dei fatti oggetto di contestazione. Si tratta di principio affermato in modo condivisibile dalla sentenza delle Sezioni Unite Penali, n. 2120, del 23 novembre 1995-23 febbraio 1996, Fachini (rv 203767) e quindi dalla decisione con cui le Sezioni Unite hanno definito concetti di contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione (n. 47289 del 2003, Petrella, rv 226074).
Una dimostrazione della sostanziale differenza esistente tra i due giudizi può essere ricavata, tra l’altro, dalla motivazione della sentenza n. 26 del 2007 della Corte costituzionale, che (punto 6.1), argomentando in ordine alla modifica introdotta dalla legge n. 46 del 2006 al potere di impugnazione del pubblico ministero, afferma che la esclusione della possibilità di ricorso in sede di appello costituisce una limitazione effettiva degli spazi di controllo sulle decisioni giudiziali in quanto il giudizio avanti la Corte di cassazione è “rimedio (che) non attinge comunque alla pienezza del riesame di merito, consentito (invece) dall’appello”.
Se, dunque, il controllo demandato alla Corte di cassazione non ha “la pienezza del riesame di merito” che è propria del controllo operato dalle corti di appello ben si comprende come il nuovo testo dell’art. 606, lett. e) c.p.p. non autorizzi affatto il ricorso a fondare le richiesta di annullamento della sentenza di merito chiedendo al giudice di legittimità di ripercorrere l’intera ricostruzione della vicenda oggetto di giudizio.
Ancora successivamente alla modifica della lett. e) dell’art. 606 c.p.p. apportata dall’art. 8, comma primo, lett. b) della legge 20 febbraio 2006, n. 46, l’impostazione qui ricordata è stata ribadita da plurime decisioni di legittimità, a partire dalle sentenze della Seconda Sezione Penale, n. 23419 del 23 maggio-14 giugno 2007, PG in proc. Vignaroli (rv 236893) e della Prima Sezione Penale, n. 24667 del 15-21 giugno 2007, Musumeci (rv 237207). Appare, dunque, del tutto convincente la costante affermazione giurisprudenziale secondo cui è “preclusa al giudice di legittimità la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti” (fra tutte: Sez. 6, n. 22256 del 26 aprile-23 giugno 2006, Bosco rv 234148).

2. L’applicazione di questi principi al caso in esame comporta il rigetto del ricorso. Appare, infatti, evidente che le censure rubricate sotto la voce errata applicazione della legge sollecitano, piuttosto, una diversa valutazione dei fatti e la ricostruzione di un diverso rapporto contrattuale tra le parti. La circostanza che i ricorrenti abbiano dovuto fare ricorso a un fotografo professionale e alla qualità della sua prestazione appare incompatibile logicamente con la tesi secondo cui l’opera fotografica sarebbe tale esclusivamente per merito della tecnologia utilizzata, messa a disposizione dai ricorrenti, mentre la realizzazione della rappresentazione fotografica diverrebbe elemento secondario e come tale non coperto da alcuna protezione diversa dalla mera remunerazione. Del tutto condivisibili, appaiono, dunque le motivazioni della corte territoriale e non possono trovare ingresso in questa sede le diverse ricostruzioni e valutazioni, attinenti il merito della decisione, prospettate dai ricorrenti.

3. Al rigetto del ricorso consegue sia la condanna dei ricorrenti, ex art. 616 cod. proc. pen., al pagamento delle spese processuali sia la condanna alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, che si liquidano in complessivi duemila euro, oltre Iva e accessori di legge.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali nonché alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, che si liquidano in complessivi duemila euro, oltre Iva e accessori di legge.

About Giovanni d'Ammassa

Avvocato con studio in Milano dal 1997, coltiva sin dall'Università lo studio e l’insegnamento del diritto d’autore. Fonda Diritttodautore.it nel 1999. Appassionato chitarrista e runner.