Home » Giurisprudenza » Corte di Cassazione civile, sez. I, Sentenza n. 22924 del 29 ottobre 2009
In ipotesi di conflitto tra più acquirenti del medesimo diritto di sfruttamento dell’opera cinematografica, le risultanze del pubblico registro per la cinematografia non costituiscono elementi decisivi poiché esse hanno natura meramente dichiarativa, e possono essere superate con qualsiasi mezzo che dimostri la priorità di altri atti di trasferimento validamente compiuti.

Corte di Cassazione civile, sez. I, Sentenza n. 22924 del 29 ottobre 2009

Svolgimento del processo
Con atto di citazione notificato in data 2 aprile 1999, Marzi Vincenzo, asserendo di essere titolare dei diritti di sfruttamento economico del film «Vulcano» (1950) per averli acquistati dalla Terra film s.r.l. con atto registrato il 29 marzo 1996, trascritto nel pubblico registro cinematografico il 21 maggio 1996, e che detto film era stato mandato in onda dalla Rai il 28 agosto 1997 per quattro volte, conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Roma la Rai, chiedendo la declaratoria dell’illiceità delle trasmissioni, l’inibitoria delle ripetizioni delle stesse ed il risarcimento del danno.
La Rai si costituiva eccependo di aver trasmesso detto film una sola volta, anche se in paesi aventi fusi orari diversi, e di aver ottenuto l’autorizzazione a mandare in onda il film in questione da Vincenzo Alliata di Villafranca.
Il Tribunale di Roma con sentenza 19114/02, depositata in data 16 maggio 2002, respingeva la domanda dell’attore, condannandolo a rifondere le spese di lite.
Vincenzo Marzi impugnava la sentenza del tribunale innanzi alla Corte d’appello di Roma.
La Corte d’appello di Roma, con sentenza in data 21 aprile – 24 maggio 2004, respingeva il gravame e condannava l’appellante a rifondere alla Rai le spese processuali del grado, liquidate complessivamente in euro 4.195.
La corte d’appello riteneva che i due motivi di gravame (difetto di motivazione per aver ignorato tutte le argomentazioni dell’attore ed erronea valutazione delle risultanze istruttorie) erano infondati.
Il collegio riportava quanto il tribunale aveva asserito in merito ai trasferimenti di proprietà del film «Vulcano» e quanto risultava dai documenti in atti:
– il film era stato prodotto dalla società anonima Artisti associati e dalla s.r.l. Panaria;
– con atto in data 30 giugno 1950 la società anonima aveva ceduto i suoi diritti sul film alla Cedric;
– con atto registrato il 18 novembre 1963, il fallimento della s.r.l. Panaria aveva ceduto a Puglisi Giuseppe i crediti derivanti dallo sfruttamento.
Il tribunale aveva rilevato che l’attore non aveva adeguatamente provato di essere titolare dei diritti di sfruttamento del film «Vulcano». Il Marzi avrebbe rilevato il diritto vantato dalla s.r.l. Terra, ma questa, alla stregua della documentazione in atti, non era risultata titolare di alcun diritto, non avendo mai ricevuto, in tutto o in parte, alcun diritto su detto film.
Alla luce di ciò, la corte d’appello affermava che non poteva essere dedotta la mancanza di motivazione della sentenza di primo grado.
Evidenziava poi che nell’atto di cessione al Marzi del 26 gennaio 1991 era inserita una clausola che recitava: «La Terra film s.r.l. non è in grado di stabilire eventuali cessioni di diritti avvenuti precedentemente la sua acquisizione e, pertanto, declina ogni responsabilità in merito».
L’atto di acquisto dei diritti da parte del Marzi era datato 26 gennaio 1991 ed era stato trascritto nel pubblico registro cinematografico il 25 maggio 1996, mentre quello dell’Alliata era stato registrato il 6 luglio 1977 e trascritto nel pubblico registro cinematografico il 4 agosto 1997.
L’Alliata aveva acquisito i diritti dal sig. Puglisi, che li aveva acquisiti dal fallimento della Panaria s.r.l., prima titolare degli stessi, mentre nessuna prova era stata prodotta in ordine alla pretesa titolarità di diritti da parte della Terra film.
Correttamente il primo giudice aveva rilevato sul punto il mancato assolvimento dell’onere della prova da parte del Marzi.
Per la corte d’appello, quindi, la sentenza del Tribunale di Roma era meritevole di integrale conferma.
Avverso tale sentenza Annamaria Rosci, Andrea Marzi e Luca Marzi (eredi del defunto Vincenzo Marzi) proponevano ricorso per cassazione, deducendo tre motivi di ricorso.
La Rai-Radiotelevisione italiana s.p.a. proponeva controricorso, notificato in data 1° ottobre 2004, chiedendo il rigetto del ricorso avversario.
Entrambe le parti depositavano memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

Motivi della decisione
1.1. – La difesa di Annamaria Rosci, Andrea e Luca Marzi, nella qualità di eredi di Vincenzo Marzi, come primo motivo di censura, ha dedotto la violazione e falsa applicazione, ex art. 360, n. 3, c.p.c., degli art. 2650, 2696 c.c., 103, 107 e 110 l. 633/41 e successive modifiche.
Per i ricorrenti, la sentenza della corte d’appello, in termini concisi al pari di quella di primo grado che aveva confermato, aveva ripreso la tesi secondo cui l’accertamento della titolarità dei diritti sullo sfruttamento di un film andava condotta, non solo sui titoli di acquisto dei contendenti, ma anche risalendo all’indietro a tutti i passaggi precedenti, fino all’originario produttore del film.
La sentenza impugnata si riferiva, quindi, al principio della catena dei passaggi, principio che, a detta dei ricorrenti, non si trovava in nessuna legge italiana.
Nell’ordinamento italiano si parlava di continuità delle trascrizioni solo rispetto agli atti soggetti a trascrizione obbligatoria, quali i beni immobili e i beni mobili registrati.
Le opere dell’ingegno, invece, potevano circolare indipendentemente da ogni obbligo di trascrizione nei registri, i quali creavano solo delle presunzioni semplici a favore di chi trascriveva un atto, senza incidere negativamente sugli atti non trascritti e sulla titolarità dei relativi diritti.
La titolarità sull’opera cinematografica andava valutata secondo la disciplina dei beni mobili.
L’impossibilità di risalire alla catena dell’acquisto del film in questione non poteva essere l’unico e decisivo elemento per valutare i diritti dei due contendenti.
In caso fosse stato necessario un atto scritto, la posizione della Rai sarebbe stata da valutare negativamente, non figurando a suo favore nessuna trascrizione.

1.2. – Come secondo motivo di ricorso la difesa ricorrente deduceva la violazione degli art. 1260 ss., 1470 ss., 1362 ss., 1376 ss. c.c., nonché l’omessa motivazione su punti essenziali della controversia, il tutto in relazione all’art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c.
Già in primo e secondo grado, la difesa del Marzi aveva sottolineato che l’atto tra l’Alliata e il Puglisi non era stato atto di trasferimento dei diritti sul film, così come non lo era stato quello tra il Puglisi e la Panaria. Tali atti, infatti, avevano trasferito, non la titolarità dei diritti, ma i crediti derivanti dallo sfruttamento del film «Vulcano» di proprietà del cedente per il cinquanta per cento.
Né il tribunale, né la corte d’appello avevano tenuto conto dell’effettivo contenuto degli atti presumibilmente formanti la catena di passaggi del diritto.
Tale catena non poteva, quindi, inficiare l’acquisto del Marzi dalla Terra film, con atto del 1996, registrato e quindi opponibile a qualsiasi terzo, dei «residui diritti» del film. Tali residui diritti non erano in contrasto con quelli che risultavano a favore dell’Alliata (cinquanta per cento dei proventi del film), con atto oltretutto trascritto dopo quello del Marzi.
L’Alliata aveva acquisito un diritto di credito, mentre il Marzi aveva acquistato un diritto reale sul film. Il contratto dell’Alliata, appunto una cessione di credito, non prevedeva alcun trasferimento dei materiali del film a suo favore, materiali che erano invece in possesso del Marzi. In caso l’Alliata avesse avuto materiali del film, gli stessi non avrebbero potuto essere originali né legittimi.
Aver quindi tenuto in considerazione la dichiarazione dell’Alliata era stato un errore commesso dalla corte, che aveva omesso di valutare realmente l’atto Alliata-Puglisi.

1.3. – Come ultimo motivo di ricorso la difesa Rosci-Marzi deduceva la violazione del d.leg.lgt. 440/45 e degli art. 17, 3° comma, l. 52/96, 57 l. 650/96, e l’omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, il tutto in relazione all’art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c.
La difesa del Marzi già nei gradi precedenti aveva sottolineato che il diritto dell’Alliata era comunque venuto meno a seguito delle l. 52/96 e 650/96, poiché non aveva svolto la procedura per il prolungamento dei diritti, secondo quanto previsto dal d.leg.lgt. 440/45.
Tali norme avevano prolungato la protezione delle opere dell’ingegno da cinquanta a settanta anni, ma avevano anche stabilito che i cessionari dei diritti di sfruttamento economico potevano continuarne lo sfruttamento solo offrendo agli autori un equo compenso, secondo una procedura stabilita fin dal 1945.
Tale eccezione, giudicata essenziale dalla difesa ricorrente, non era stata presa in considerazione dalla corte territoriale.
Concludeva, quindi, la medesima difesa chiedendo la cassazione della gravata sentenza, con rinvio ad altro giudice ed ogni conseguente pronuncia, anche in ordine alle spese di tutti i gradi di giudizio.

2.1. – Questa corte ritiene che i motivi di doglianza formulati nell’interesse dei ricorrenti non siano meritevoli di accoglimento e che il ricorso sia, quindi, infondato.
In merito al primo motivo di ricorso deve considerarsi come non siano ravvisabili violazioni di legge con riferimento alle norme invocate in tema di disciplina offerta dalla legislazione speciale in materia di diritto d’autore ed in tema di disciplina civilistica sulle trascrizioni. La stessa norma invocata da parte ricorrente, che a suo avviso sarebbe stata violata, l’art. 2650 c.c., indica la necessità della continuità delle trascrizioni, nel senso che le successive trascrizioni non producono effetto se non è stato trascritto l’atto anteriore d’acquisto.
La stessa difesa ricorrente dà atto che nell’ordinamento italiano le opere dell’ingegno possono circolare indipendentemente da ogni obbligo di trascrizione nei registri, i quali creano solo delle presunzioni semplici a favore di chi trascriva un atto, senza incidere negativamente sugli atti non trascritti e sulla titolarità dei relativi diritti.
Ed invero, il ragionamento seguìto dal tribunale prima e dalla corte d’appello poi è stato proprio nel senso di verificare la titolarità dei diritti di sfruttamento in capo al soggetto che risultava averli ceduti a Vincenzo Marzi. Trascrizioni precedenti non ve ne erano e, quindi, correttamente i giudici del merito hanno preso in considerazione il testo di cessione a favore del Marzi (trascritto il 21 maggio 1996), dal quale risultava che la stessa cedente non era in grado di affermare la titolarità in capo a sé dei diritti che asseritamente cedeva e che, pertanto, non offriva alcuna garanzia al riguardo e, anzi, declinava ogni responsabilità. La clausola recitava: «La Terra film s.r.l. non è in grado di stabilire eventuali cessioni di diritti avvenuti precedentemente la sua acquisizione e, pertanto, declina ogni responsabilità in merito».
Tale rilievo veniva posto alla base della statuizione della corte d’appello, come valutazione di carattere risolutivo. La stessa, che rappresenta il fondamento della decisione impugnata, non ha trovato alcuna censura nei motivi di ricorso degli eredi Marzi.
L’altra norma invocata dalla difesa ricorrente (l’art. 2696 c.c.) opera un rinvio alle disposizioni di legge speciali per gli altri beni mobili per i quali è disposta la trascrizione. Nell’ambito di tale rinvio vengono, quindi, in rilievo le altre norme pure invocate dalla difesa ricorrente, gli art. 103 ss. della legge sul diritto d’autore, 633/41.
Per la soluzione del caso di specie, appare risolutivo il rilievo dell’inesistenza di un obbligo di registrazione all’epoca dei fatti nei registri previsti dalla normativa in materia. La formulazione dell’art. 103 l.d.a., nel testo novellato dall’art. 6 d.leg. 29 dicembre 1992 n. 518, prevede per le opere dell’ingegno tre diversi registri: il registro pubblico generale delle opere protette, istituito presso la presidenza del consiglio dei ministri, il registro pubblico speciale per le opere cinematografiche, tenuto dalla Siae (in seguito pubblico registro per la cinematografia), ed il registro speciale per i programmi per elaboratore (istituito dopo la riforma del 1992).
Con riguardo al sistema di pubblicità delle opere cinematografiche, la disciplina è stabilita da una pluralità di testi normativi, che comprendono l’art. 12 r.d.l. n. 1061 del 16 giugno 1938 (l. 18 gennaio 1939 n. 458 e successive modifiche), gli art. 103/105 l.d.a., gli art. 30 ss. ed in particolare 39 e 40 del regolamento attuativo, l’art. 22 l. 1° marzo 1994 n. 153 e relativo regolamento di esecuzione, emanato con d.p.c.m. 8 aprile 1998 n. 163. Con riferimento al citato art. 22, che per la prima volta aveva riconosciuto all’iscrizione il valore di pubblicità dichiarativa, va precisato che all’epoca dei fatti (ed anche in seguito e per molto tempo) lo stesso non aveva ancora avuto attuazione. Infatti, le trascrizioni degli atti di cessione invocati dal Marzi e dall’Alliata (dante causa della Rai) risalgono al 1996 e 1997, ad epoca anteriore quindi all’emanazione del regolamento attuativo, emanato con il ricordato decreto n. 163 del 1998.
In base alla disciplina generale della priorità del titolo (anche a voler prescindere dall’argomento risolutivo circa l’incertezza della cessione a favore del Marzi) deve, poi, essere considerato che la cessione a favore del Marzi risultava registrata il 29 marzo 1996, mentre quella in favore dell’Alliata risultava registrata fin dal 6 luglio 1977, ancorché nel registro per le opere cinematografiche fosse stato trascritto prima l’atto del Marzi (25 maggio 1996) e poi quello dell’Alliata (4 agosto 1997).
Tuttavia, il rilievo che inficiava la validità dell’atto di cessione del Marzi (dichiarata incertezza circa la titolarità in capo alla dante causa), la priorità cronologica e di registrazione dell’atto in favore dell’Alliata, la non obbligatorietà della trascrizione del titolo di acquisto nel pubblico registro cinematografico, sono tutti elementi che depongono a favore della scelta operata dai giudici del merito.
Infatti, deve essere ribadita la semplice facoltà e non l’obbligo della registrazione degli atti di trasferimento dei diritti sulle opere dell’ingegno nell’ambito dei registri di cui all’art. 103 l.d.a. Il successivo art. 104 l.d.a. prevede: «possono, altresi, essere registrati nel registro, sull’istanza della parte interessata . . . gli atti tra vivi che trasferiscono in tutto o in parte i diritti riconosciuti da questa legge», confermando quindi che si tratta di una pura facoltà e che conseguentemente non si può fare affidamento sulle risultanze emergenti dal registro, che possono comunque essere incomplete e parziali e che non possono valere a risolvere il conflitto tra più acquirenti del medesimo diritto o fra pretesi titolari del diritto stesso.
Tale soluzione trova ulteriore conferma nel testo dell’art. 107 l.d.a., che parte ricorrente pure invoca e che prevede la trasmissibilità dei diritti di utilizzazione spettanti agli autori e dei diritti connessi aventi carattere patrimoniale tramite tutti i modi e le forme consentite dalla legge, fatte salve le regole imposte dal medesimo capo della legge (il capo II), fra le quali rileva nel caso di specie l’obbligatorietà della forma scritta ad probationem, di cui all’art. 110 l.d.a.
La corte d’appello ha espresso una sua valutazione della validità della trasmissione del diritto sul film per cui è causa in capo all’Alliata e, tramite questo, dell’autorizzazione alla proiezione da parte della Rai; tale valutazione si pone in linea con una corretta lettura e applicazione della normativa di rilievo. La valutazione medesima, inoltre, è sorretta da motivazione congrua e giuridicamente valida, non censurabile nel presente giudizio di legittimità. (Omissis)

About Giovanni d'Ammassa

Avvocato con studio in Milano dal 1997, coltiva sin dall'Università lo studio e l’insegnamento del diritto d’autore. Fonda Diritttodautore.it nel 1999. Appassionato chitarrista e runner.