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La tutelabilità dei testi delle polizze assicurative: un caso giurisprudenziale statunitense (Eleonora Trigari)

La District Court della Georgia del Nord (Case 1:05-cv-01462-BBM, Document 153[1]) con sentenza emessa lo scorso 11 gennaio ha stabilito che anche le polizze assicurative, a certe condizioni, possono godere della tutela autorale.
Ad un primo impatto tale notizia può apparire insolita: motivo in più per ripercorrere puntualmente l’iter logico seguito dal giudice statunitense nella motivazione, in modo da poter formulare un giudizio obiettivo riguardo questa decisione e da non restare impreparati di fronte ad eventuali ripercussioni sulle tendenze giurisprudenziali del nostro Vecchio continente.
Aflac, importante compagnia assicurativa statunitense, che dal 1997 al 2003 aveva realizzato quattro diverse polizze assicurative sanitarie (Cancer, Accident, Hospital, Sickness), ha convenuto in giudizio Assurant, inc., Fortis Insurance Company, John Alden Life Insurance Company (di seguito: le convenute), dolendosi dell’abusiva riproduzione delle proprie polizze e chiedendo alla Corte l’emissione di un’ingiunzione preliminare.
I soggetti incaricati dalle convenute di realizzare le polizze assicurative, chiamati a testimoniare, hanno ammesso di aver utilizzato come “modelli” le polizze Aflac: in particolare, per quanto concerneva i costi, la struttura delle rate e i benefit accordati.
Nel corso del giudizio è stato provato che la versione iniziale della polizza Cancer delle convenute costituiva copia letterale di quella di Aflac e che le vendite delle convenute, in seguito all’immissione sul mercato delle polizze “Voluntary mart”, quelle tacciate di essere state copiate dalle polizze Aflac, si erano quadruplicate.
Aflac ha inoltre sostenuto l’originalità delle proprie polizze e ha rivendicato il riconoscimento delle rilevanti, numerose ed originali scelte discrezionali effettuate. In particolare, ha posto l’accento sul fatto che il proprio stile “narrativo”, diverso da quello conciso e non descrittivo adottato dai concorrenti, sarebbe stato molto più facilmente comprensibile dai consumatori.
Le convenute hanno replicato asserendo, al contrario, il difetto di originalità delle polizze di parte ricorrente, poiché Aflac avrebbe riprodotto definizioni tratte da vari dizionari medici, oltre che da varie polizze concorrenti; e hanno chiesto alla Corte di dichiarare la non tutelabilità delle polizze della ricorrente ai sensi del Copyright Act.
La Corte, pur affermando che in astratto sussiste il potere di emettere un provvedimento cautelare d’urgenza[2], ha constatato come i Tribunali statunitensi abbiano concesso tale rimedio cautelare solo in casi straordinari. In particolare, sarebbe occorsa la prova di tutti e quattro i seguenti elementi:
il fumus boni iuris;
il rischio di un pregiudizio irrimediabile;
il rischio del danno al ricorrente, più grave del potenziale danno al convenuto conseguente all’accoglimento della domanda in sede cautelare;
la non contrarietà dell’ingiunzione al pubblico interesse.
L’esame della Corte sull’istanza di AFLAC si è concentrato quindi sui seguenti punti:

1. Il fumus boni iuris
A) La tutelabilità ai sensi del diritto di autore delle polizze AFLAC
L’attore, in una controversia avente ad oggetto l’asserita violazione del copyright, deve innanzitutto provare di essere titolare di diritti in corso di validità[3]. Da questo primo punto di vista, alla luce delle prove fornite da parte ricorrente, la Corte ha ritenuto di poter presumere la titolarità di diritti in capo ad Aflac.
Ciò appurato, la Corte ha affermato che sarebbe stato onere delle convenute, a quel punto, dimostrare che l’opera non poteva essere oggetto di tutela autorale per mancanza di originalità, o che il tipo di opera in sé non poteva ambire a tale genere di tutela[4]. Le convenute hanno sostenuto che Aflac non avrebbe identificato alcuna espressione originale nelle proprie polizze. Le rivendicazioni di Aflac circa la tutelabilità delle proprie polizze, a dire delle compagnie convenute, si sarebbero basate soltanto su:
la scelta discrezionale circa i benefit da offrire;
il bilancio dei rischi, dei benefit e dei premi;
il tempo investito in queste scelte discrezionali, nessuna delle quali ha generato una forma espressiva passibile di tutela autorale.
Le convenute hanno sostenuto pertanto che le polizze Aflac, trattandosi in sostanza soltanto di elencazioni di definizioni mediche, liste di procedure e di trattamenti sanitari, sarebbero state annoverabili tra le c.d. “raccolte ad uso industriale”, che la giurisprudenza esclude dall’oggetto della tutela aurorale[5].
Aflac ha replicato enfatizzando le numerose scelte soggettive e discrezionali effettuate: l’aver stabilito, per ciascuna polizza, quali trattamenti e condizioni coprire, quali benefit concedere ed entro che termini, quali modifiche introdurre nei benefit esistenti, l’ordine secondo cui disporre i benefit nella polizza e quali limitazioni, esclusioni e definizioni aggiungere o modificare. Il tutto ideando lo specifico linguaggio che descrive le coperture garantite.
“Queste revisioni editoriali, annotazioni, elaborazioni o altre modifiche ad un’opera preesistente creano un interesse meritevole di tutela autorale” (17 U.S.C. §§ 101[6], 103[7]; si veda anche Montgomery, 168 F.3d at 1290), ha affermato la Corte, menzionando anche il caso Warren Publ’g, Inc., 115 F.3d at 1515, nel quale era stato deciso che “allorché qualcuno copi la selezione e/o la coordinazione di una compilazione infrange il copyright sulla stessa.” .
Per quanto concerne l’originalità delle polizze AFLAC, requisito fondamentale per la tutela [8], la Corte ha rilevato come la soglia di originalità richiesta ai fini di accordare la tutela autorale ad un’opera non sia alta. È sufficiente “un grado minimo di creatività … anche un lieve apporto creativo”[9].
La Corte, nella fattispecie in esame, ha rilevato la presenza di tale minimo apporto, e ha ritenuto che le polizze Aflac fossero abbastanza “originali” da poter essere qualificate come opere derivate, oggetto di tutela aurorale[10], a nulla rilevando l’indagine circa la caduta in pubblico dominio delle polizze sulle quali AFLAC si sarebbe basata, né l’omissione delle copyright notice. [11] Determinante, in linea di fatto, è stata l’importanza che la Corte ha riconosciuto all’investimento, in termini di tempo, effettuato da Aflac per la creazione delle proprie polizze, tempo resosi necessario appunto per la ricerca di uno stile narrativo particolare e facilmente comprensibile dagli utenti.
Inoltre la Corte non si è lasciata convincere da quanto sostenuto dalle convenute circa l’accostabilità delle polizze Aflac alle c.d. raccolte ad uso industriale. La fattispecie non era affatto accostabile, a giudizio della Corte, al caso BellSouth, che aveva avuto ad oggetto una raccolta di nomi di clienti, disposti in ordine alfabetico come nelle pagine gialle; né tantomeno al caso Warren Publ’g, Inc., in cui si era controvertito circa la tutelabilità di una directory di sistemi di televisioni cablate.
Peraltro, anche nei casi in cui fossero dedotte in giudizio raccolte di questo genere, la Corte ha affermato che potrebbe comunque essere accertata una violazione del copyright se qualcuno riproducesse senza autorizzazione i criteri di selezione, coordinazione e disposizione: proprio come era accaduto nella fattispecie.
Tale affermazione di principio, insieme a quella circa il basso livello di originalità richiesto affinché un’opera possa ambire alla tutela autorale, sono pilastri dell’iter logico seguito dal giudice per giungere alla decisione finale favorevole ad Aflac.
È netta dunque la tendenza di questa Corte ad ampliare significativamente l’oggetto della tutela aurorale, quantomeno in astratto, dando importanza decisiva già ai meri criteri di selezione, coordinazione e disposizione dei dati; e ancora di più, naturalmente, alla ricerca di uno stile “personale” nell’esposizione degli stessi. Tutto ciò a prescindere in maniera assoluta dal genere di dati di cui trattasi.
Il risultato è un rilevante ampliamento delle tipologie di raccolte di dati tutelabili ai sensi del Copyright Act. Molte delle c.d. raccolte ad uso industriale in circolazione potrebbero dunque considerarsi oggi, alla luce di questa pronuncia, oggetto di tutela autorale.
Se si considera che, in seguito a questo precedente, le Corti statunitensi potrebbero riscontrare in sempre più numerose fattispecie, aventi ad oggetto creazioni applicate al mondo dell’industria, quell’apporto creativo minimo sufficiente per riconoscere il copyright, si comprende come le possibilità di applicazione di tale metro di valutazione siano esponenziali. Si provi soltanto a pensare a tutte le tipologie di “revisioni”, soprattutto in campo industriale, che potrebbero far assurgere un’opera alla tutela autorale, quand’anche come opera derivata.
Sembrerebbe perciò che l’importanza dell’investimento industriale, in termini economici e di tempo, abbia nettamente superato quella del requisito dell’originalità[12].
Ciò può considerarsi giusto o sbagliato, ma senza dubbio la sensazione è che, con la sentenza in esame, la Corte non abbia avuto il coraggio di affermare a chiare lettere questa tendenza, non ancora esplicitata a livello generale, ma pienamente operante nell’applicazione concreta. La Corte ha invece preferito aggrapparsi alle maglie di un concetto di originalità interpretato in maniera talmente estensiva da apparire decisamente forzato.
Occorre però un’immediata precisazione. Di fatto, l’oggetto della tutela autorale non viene ad ampliarsi quanto a livello astratto, in quanto la Corte ha sottolineato la necessità, nell’applicazione concreta, di effettuare un’importante verifica, che funge da filtro ai fini della concedibilità del copyright. Si tratta di verificare se le espressioni utilizzate sono “vincolate” o meno (si veda infra).

B) La riproduzione[13]
Come ha sottolineato l’Eleventh Circuit, “quando la forma espressiva è vincolata al necessario utilizzo di termini tecnici, nel giudizio di contraffazione occorre un particolare rigore… Le opere che si basano su dati oggettivi sono peculiari: i loro autori spesso si trovano a poter scegliere, per esprimere le proprie idee, tra una cerchia molto ristretta di termini… Per poter accertare la contraffazione occorrerà pertanto riscontrare tra le due opere una riproduzione letterale dei termini o una parafrasi molto “stretta” delle espressioni utilizzate”[14].
La Corte ha deciso per l’applicabilità della sopracitata giurisprudenza a casi aventi ad oggetto l’asserita contraffazione di polizze assicurative. Ha però specificato che la contraffazione deve accertarsi allorché si riscontri la riproduzione di parti tutelate di un’opera, ossia originali[15].
La Corte ha rilevato come in determinati casi vi sono così pochi modi per esprimere un’idea che l’idea stessa si fonde nella propria forma espressiva, di guisa che accordare tutela a tale forma espressiva significherebbe in sostanza tutelare l’idea in sé: il che non è ammissibile[16].
Nelle polizze Aflac “Cancer” ed “Accident”, la Corte ha riscontrato la presenza di espressioni del genere. Tuttavia, questo varrebbe per le definizioni, le limitazioni e le eccezioni, ma non per le sezioni relative ai benefit.
La Corte ha accertato che, per quanto concerneva queste due polizze, i convenuti si sarebbero sostanzialmente, se non letteralmente, appropriati del linguaggio usato da Aflac per i benefit, rispetto ai quali la scelta delle espressioni non sarebbe stata affatto vincolata. Espressioni vincolate sarebbero state invece le definizioni, limitazioni ed eccezioni.
La Corte ha tenuto in considerazione, per formare il proprio convincimento, anche questi ulteriori elementi:
la rapidità con la quale i convenuti hanno realizzato le proprie polizze;
il fatto che avevano ammesso di aver usato le polizze Aflac come “modelli”;
il ritrovamento della Cancer Policy Aflac, salvata in formato word, in un computer delle convenute.
Circa invece le polizze “Hospital” e “Sickness”, il linguaggio delle controparti sarebbe stato diverso, inoltre Aflac non avrebbe dimostrato l’originalità delle proprie espressioni: la Corte non riscontrava dunque alcuna violazione del copyright riguardo a queste due polizze.
L’interesse di questa parte della motivazione sta nel fatto che, se da un lato la Corte ha ampliato l’oggetto della tutela autorale richiedendo un livello creativo talmente basso da dare in sostanza importanza quasi esclusiva all’investimento economico, dall’altro ha poi ridimensionato, di fatto, l’oggetto della tutela, ricorrendo alla tesi per cui, laddove la forma espressiva sia vincolata – e ciò, nell’ambito delle creazioni applicate all’industria, è facile che accada spesso – non si può riconoscere il copyright, altrimenti si finirebbe per tutelare l’idea in sé.
Tale correttivo permette di contenere gli imprevedibili effetti di un’incondizionata tutela autorale dell’investimento industriale. Infatti, la domanda di Aflac non è stata interamente accolta.
Si deve probabilmente riconoscere una particolare acutezza della Corte in questo passaggio: preso atto che la tendenza generale è proteggere in ogni modo l’investimento commerciale, anche attraverso la tutela autorale, ha applicato questo principio (non proprio esplicitato) cercando di ancorarlo al concetto giuridico scritto di originalità, per affermare che in astratto anche le polizze assicurative possono essere oggetto di copyright, ma poi, nell’applicazione concreta, ha posto un freno al principio stesso. Freno consistente, appunto, nella verifica, perpetrata attraverso un accertamento di fatto, del tipo di espressioni di cui trattasi.
Se dunque, in astratto, potrebbero essere infinite le raccolte a uso industriale tutelabili, occorre però poi verificare in concreto che le espressioni in esse contenute non siano vincolate, altrimenti non ci sarà tutela autorale.
Quanto mai opportuna, in casi del genere, si rileva pertanto l’applicazione della merger doctrine.
È il caso di richiamare le osservazioni che, al riguardo, ha effettuato autorevole dottrina. È stato giustamente affermato che “l’introduzione di creazioni quali i programmi per elaboratore e le raccolte di dati segna certamente un punto di crisi nella opinione tradizionale sulla definizione dell’ampiezza del diritto di autore, opinione secondo la quale la protezione coprirebbe la sola forma espressiva dell’opera”[17]. L’Autrice ha anche sottolineato come la distinzione tra forma e contenuto abbia mostrato i suoi limiti da tempo, anche con riferimento alle opere “tradizionali” (basti pensare alle difficoltà di applicare la teoria di Kohler, che distingue tra forma esterna, forma interna e contenuto, alle opere musicali).
La distinzione tra forma e contenuto ha potuto trovare applicazione soltanto finché si è potuto sostenere che il diritto d’autore tutelasse le sole opere appartenenti al campo dell’arte e della cultura. Tuttavia, il campo di applicazione del diritto d’autore è in costante espansione e ciò è confermato dall’estensione della tutela ad opere appartenenti ad un campo pratico – utilitaristico.
Nonostante l’estrema difficoltà in determinati casi di distinguere precisamente la forma dal contenuto e di decidere quindi circa l’originalità dell’opera, quale requisito della tutela, avuto riguardo soltanto alla forma, con esclusione dalla tutela delle opere “a forma vincolata”, le osservazioni svolte dall’Autrice portano a concludere che l’assumere il criterio dell’originalità come elemento discriminante nella concessione della tutela, con la conseguenza che il contenuto e le idee alla base dell’opera ne verrebbero esclusi unicamente qualora ne fossero privi, resta comunque la soluzione più vantaggiosa, anche laddove applicata alle opere pratico – utilitaristiche. Tale è stata infatti la soluzione adottata dalla Corte statunitense, la quale ha adottato la propria decisione ricorrendo al criterio dell’originalità.
2. Il rischio di un pregiudizio irrimediabile
La Corte si è riferita alla giurisprudenza del Distretto Nord della Georgia, secondo la quale “una volta che il titolare del copyright abbia fornito un’evidenza prima facie della violazione dei propri diritti, si deve presumere il rischio di un pregiudizio irrimediabile”[18].
Ancora, nel caso Dallas Cowboys Cheerleaders, Inc. v. Scoreboard Posters, Inc., 600 F. 2d 1184, 1188 (5th Cir. 1979), la Corte aveva espressamente riconosciuto che “se viene dimostrato che è verosimile che l’attore abbia subito una violazione dei propri diritti di autore, la Corte può discrezionalmente decidere se concedere l’ordinanza preliminare, a nulla rilevando l’indagine circa l’irrimediabilità del pregiudizio”.
La Corte ha dunque deciso in tal senso, e ha stabilito che non fosse nemmeno necessaria la prova di significativi e attuali danni patrimoniali, essendo presunta appunto l’irrimediabilità del pregiudizio[19].

3. Il bilanciamento dei diritti
I convenuti si sono opposti all’accoglimento dell’ordinanza cautelare in quanto questa avrebbe avuto un effetto immediato, devastante e di lungo termine sull’attività degli stessi, con danni di gran lunga maggiori rispetto ai vantaggi che dal provvedimento avrebbe potuto trarre AFLAC.
La Corte ha respinto anche questa eccezione, citando il caso Georgia Television Co., 718 F. Supp., 949: “quando l’attore abbia fornito la prova prima facie circa la titolarità del proprio diritto, l’ordinanza cautelare non deve essere negata esclusivamente in ragione dei devastanti effetti sull’attività del convenuto”.
In questo caso, secondo l’opinione della Corte, l’accoglimento della ordinanza preliminare comporterà, come unica conseguenza “dannosa” nei riguardi dei convenuti, l’impossibilità di continuare a vendere illecitamente le proprie polizze.

4. L’interesse pubblico
Le convenute hanno da ultimo sostenuto che la loro attività non sarebbe stata idonea a provocare l’isolamento nel mercato di Aflac e ipotizzavano anche che l’accoglimento dell’istanza attorea, con la conseguente uscita di scena dei concorrenti di Aflac, avrebbe comportato l’aumento dei premi assicurativi o la riduzione dei benefit nei contratti di parte ricorrente. In ciò i convenuti ravvisavano un ingente danno al pubblico interesse.
Aflac ha replicato affermando che l’ipotesi di controparte fosse totalmente infondata, soprattutto alla luce del fatto che i prezzi di mercato sono regolati.
La Corte si limitava a citare la seguente giurisprudenza: “una volta che l’attore abbia provato il fumus boni iuris, raramente residua la necessità di protrarre l’indagine anche sulla conformità dell’accoglimento dell’istanza di questi al pubblico interesse”. La Corte, con motivazione piuttosto scarna sul punto, ha ritenuto dunque che l’emissione dell’ordinanza preliminare chiesta da Aflac non avrebbe disservito il pubblico interesse.
La Corte ha accolto in parte l’istanza di Aflac. I convenuti sono stati così inibiti dal continuare a vendere le proprie polizze “Cancer” e “Accident” nella pendenza del giudizio di merito.

Conclusioni
Oltre alle considerazioni sopra esposte circa l’iter motivazionale seguito dal giudice statunitense per giungere alla propria decisione, è opportuno, per concludere, fare una brevissima rassegna giurisprudenziale sui criteri utilizzati dai giudici italiani per la concessione di provvedimenti cautelari a tutela dei diritti di autore.
Senz’altro, in linea di massima, l’atteggiamento dei giudici italiani, a fronte di un’istanza di provvedimento cautelare in tema di proprietà intellettuale, è più prudente di quello dei colleghi d’oltreoceano: sia per quanto concerne l’accertamento del fumus boni iuris, che del periculum in mora, che riguardo al bilanciamento dei diritti della parte ricorrente con quelli della parte nei cui confronti il provvedimento è richiesto.
Relativamente al fumus boni iuris, il Tribunale di Torino, con ord. 17 luglio 1997, (Foro it. 1998, I, 254), ha stabilito che “va respinta, per assenza del “fumus boni iuris”, la richiesta di provvedimenti di urgenza avanzata da chi lamenti la riproduzione e la commercializzazione, mediante “compact disc”, di elenchi telefonici basati sui dati contenuti negli elenchi nominativi degli abbonati alla rete telefonica nazionale a) sulla base della violazione del diritto di esclusiva di pubblicazione degli elenchi telefonici previsto dagli art. 287 ss. cod. postale, poiché tali norme devono essere disapplicate in quanto incompatibili con l’art. 4 ter della direttiva Cee n. 90/388 del 28 giugno 1990 e successive modificazioni, relativa alla concorrenza nei mercati di servizi di telecomunicazione, norma che per le sue caratteristiche deve ritenersi già pienamente vigente nell’ordinamento italiano; b) perché la detta riproduzione non integra gli estremi della violazione della legge sul diritto d’autore; nè quelli delle norme sulla concorrenza sleale.”.
Inoltre, il Tribunale Milano, con ord. 14 febbraio 1997 (Foro it. 1997, I, 3031), ha stabilito il principio per cui il fumus boni iuris non può essere riconosciuto se non siano stati puntualmente provati “concreti episodi riconducibili alle ipotesi previste dalla legge sul diritto d’autore”
Circa il periculum in mora, si segnalano due importanti ordinanze del Tribunale di Napoli.
“In tema di individuazione del “periculum in mora” in ordine a questioni relative alla proprietà intellettuale, posto che gli art. 161 e 163 legge sul diritto di autore nulla dispongono circa la misura e la qualità del pericolo necessario e sufficiente per la concessione della misura cautelare, si deve escludere che il pregiudizio meramente patrimoniale del ricorrente possa essere sufficiente alla predisposizione di uno strumento di tutela atipico, a meno che non vi sia un “quid pluris”, rappresentato, ad esempio, da un danno ancora “in itinere”, suscettibile di ulteriori ed imprevedibili o incontrollabili sviluppi” (Trib. Napoli, 16 dicembre 2003, Arch. civ. 2004, 1303).
“Ai fini della concessione delle misure cautelari (sequestro, inibitoria) a tutela del diritto patrimoniale d’autore, il “periculum in mora” non sussiste “in re ipsa”, ma deve essere concretamente accertato dal giudice: esso si riscontra ove vi è il concreto rischio, in caso di mancato rilascio della misura – di un’incontrollabile espansione del pregiudizio patrimoniale ovvero, almeno, della impossibilità, o della estrema difficoltà, di procedere alla quantificazione del pregiudizio medesimo” (Trib. Napoli, 17 dicembre 2003; Giur. napoletana 2004, 54).

Note:
1 Il testo completo della sentenza è disponibile nel Centro Documentazione di Dirittodautore.it.
2 Che, ai sensi del U.S.C., 17, § 502(a), è possibile emettere ogniqualvolta appaia “ragionevole prevenire o limitare le conseguenze dannose derivanti dalla violazione del copyright.”.
3 Montgomery v. Noga, 168 F.3d 1282, 1289 (11th Cir. 1999). Ai sensi del Copyright Act, “in qualunque procedimento giuridico il certificato di registrazione effettuato entro i cinque anni precedenti la pubblicazione, sarà una prova prima facie circa la validità dei diritti di autore e sui fatti attestati nel certificato stesso”, 17 U.S.C. § 410(c) 3 (2005). L’efficacia probatoria di un certificato di registrazione effettuato successivamente sarà invece a discrezione della Corte”.
4 Montgomery, 168 F.3d at 1289 (Bateman v. Mnemonics, Inc., 79 F.3d 1532, 1541 (11th Cir. 1996); ed anche MiTek, 89 F.3d at 1554 (“Quando l’attore produce un certificato di copyright, spetta al convenuto provare che i diritti non sono validi”).
5 E cd. Industrial collections: v. BellSouth Adver. & Publ’g Corp. v. Donnelley Info. Publ’g, Inc., 999 F.2d 1436, 1441 (11th Cir. 1993); Warren Publ’g, Inc. v. Microdos Data Corp., 115 F.3d 1509, 1519 (11th Cir. 1997).
6 § 101
(omissis) A “derivative work” is a work based upon one or more preexisting works, such as a translation, musical arrangement, dramatization, fictionalization, motion picture version, sound recording, art reproduction, abridgment, condensation, or any other form in which a work may be recast, transformed, or adapted. A work consisting of editorial revisions, annotations, elaborations, or other modifications which, as a whole, represent an original work of authorship, is a “derivative work”.
7 § 103
a) The subject matter of copyright as specified by section 102 includes compilations and derivative works, but protection for a work employing preexisting material in which copyright subsists does not extend to any part of the work in which such material has been used unlawfully.
b) The copyright in a compilation or derivative work extends only to the material contributed by the author of such work, as distinguished from the preexisting material employed in the work, and does not imply any exclusive right in the preexisting material. The copyright in such work is independent of, and does not affect or enlarge the scope, duration, ownership, or subsistence of, any copyright protection in the preexisting material.
8 Feist, 499 U.S., 345; MiTek, 89 F. 3d, 1554; Bellsouth, 999 F. 2d, 1440.
9 Feist, 499 U.S., 345.
10 La Corte citava il caso Warren Publ’g, Inc., circa la distinzione tra opere originali, derivate e raccolte ai sensi del Copyright Act, §101.
11 Montgomery, 168, F. 3d, 1289-90.
12 Sull’argomento si veda P. Frassi, Creazioni utili e diritto d’autore, Milano, Giuffrè, 1997.
13 Secondo l’indirizzo giurisprudenziale citato dalla Corte, “la prova della riproduzione può esser data dall’evidenza diretta o, in mancanza, in via indiretta, dimostrando che il convenuto per contraffazione ha avuto accesso all’opera tutelata e che ci sono similarità tra l’opera originale e quella realizzata dal convenuto”. MiTek, 89 F. 3d, 1554.
14 BellSouth, 999 F. 2d, 1444 n. 18; nello stesso senso si veda Landsberg v. Scrabble Crossword Game Players, Inc., 736 F. 2d 485, 488 (9th Cir. 1984); ed anche Dorsey v. Old Sur. Life Ins. Co., 98, F. 2d 872, 874 (10th Cir. 1938).
15 MiTek, 89 F. 3d, 1554.
16 Palmer, 287 F. 3d, 1330: con riferimento alla c.d. merger doctrine.
17 Paola Frassi, op. cit, p. 316.
18 Georgia Television Co. V. Nw Clips of Atlanta, Inc., 718 F. Supp. 939, 948 (N.D. Ga. 1995) (Camp, J.); nello stesso senso, Foxworthy v. Custom Tees, Inc., 879 F. Supp. 1200, 1219 (N.D. Ga. 1995) (Freeman, J.); Original Appalachian Artworks, Inc. v. Topps Chewing Gum, Inc., 642 F. Supp. 1031, 1040 (N.D. Ga. 1986) (Tidwell, J.); ABKCO Music, Inc. v. Stellar Records, Inc. 96 F. 3d 60, 64 (2d Cir. 1996); Country Kids ‘N City Slicks, Inc. v. Sheen, 77 F. 3d 1280, 1288-89 (10th Cir. 1996); Triad Sys. Corp. V. Se. Express Co., 64 F. 3d 1330, 1335 (9th Cir. 1995); Serv. &Training, Inc. V. Data Gen. Corp., 963 F. 2d 680, 690 (4th Cir. 1992); Concrete Mach. Co. V. Classic Lawn Ornaments, Inc., 843 F. 2d 600, 611 (1st Cir. 1988); Forry, Inc. V. Neundorfer, Inc., 837 F. 2d 259, 267 (6th Cir. 1988); Nat’l Football League v. McBee & Bruno’s Inc., 792 F. 2d 726, 729 (8th Cir. 1986); Apple Computer, nc, v. Franklin Computer Corp., 714 F. 2d 1240, 1254 (3d Cir. 1983); Atari, Inc. V. N. Am. Philips Consumer Elecs. Corp., 672 F. 2d 607, 620 (7th Cir. 1982); in dottrina, Melville B. Nimmer & David Nimmer, Nimmer on copyright § 14.06 A, da 14-124 a -125.
19 Georgia Television Co., 718 F. Supp., 949; Country Kids, 77 F. 3d, 1288.