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La digitalizzazione di opere cartacee e il “caso Google” (Simona Lavagnini)

LA DIGITALIZZAZIONE DI OPERE CARTACEE E IL “CASO GOOGLE”

Simona Lavagnini1

Sommario: 1. Premesse — 2. La biblioteca oggi — 3. Digitalizzazione e diritto — 4. Il caso Google.

1. Premesse

Prima di entrare nel merito della questione della digitalizzazione delle opere cartacee e dei temi ad essa connessi, desidero sgombrare il campo da un possibile fraintendimento di tipo ideologico che potrebbe viziare o infastidire il prosieguo della lettura. Il tema propostomi è stato da me affrontato alla luce del diritto d’autore, in prevalenza nella sua codificazione legislativa italiana, considerando però il diritto d’autore stesso come la parte del diritto che tutela anche un particolare tipo di industria che produce un preciso novero di prodotti e servizi. Ritengo che sia giusto e corretto, sia da un punto di vista storico che da un punto di vista economico, che un comparto industriale, con i propri investimenti tecnologici, di ricerca, creativi, trovi adeguata protezione in una legge, seppur nata in origine per tutelare esclusivamente soggetti diversi, gli autori.

Nell’affrontare le tematiche a seguire, dunque, affioreranno principi e si giungerà a conclusioni figlie di questa premessa che ho ritenuto necessaria al fine di sgombrare il campo da pregiudizi e giudizi di matrice ideologica.

La seconda premessa riguarda invece l’oggetto del mio intervento. Tra le opere cartacee, sono da escludere, ai fini della presente ricognizione, tutte le creazioni su cui non insistono o non insistono più diritti d’autore e cioè le opere in pubblico dominio (opere per cui sono spirati i termini entro cui la legge concede determinati diritti), o liberamente messe a disposizione tramite licenze Creative Commons2 o comunque licenze con cui il titolare dei diritti rinuncia ad esercitare una serie di diritti che pure la legge gli riconosce.

Va dunque circoscritto l’ambito di ciò che è effettivamente protetto e la cui fruizione è limitata dal diritto d’autore.

Anche questa seconda e ultima premessa ritengo sia essenziale poiché spesso l’ignoranza degli esatti confini del pubblico dominio, delle eccezioni del diritto d’autore e dei sistemi di licenze paralleli e alternativi ai canoni classici del copyright, viziano non poco il dibattito concernente l’opportunità di mantenere o meno una tutela forte del diritto d’autore.

2. La biblioteca oggi

Oggigiorno la biblioteca è un istituto che possiede opere cartacee di vario tipo: libri, stampe, manoscritti, spartiti musicali etc, consultabili nella sede della biblioteca, agli orari stabiliti dalla biblioteca. Gli esemplari sono posseduti in un numero limitato e finito. È possibile effettuare riproduzioni del materiale posseduto dalla biblioteca con precisi limiti quantitativi e qualitativi previsti dalla legge. È possibile inoltre fruire delle opere custodite dalle biblioteche anche al di fuori dei locali istituzionali tramite il prestito, anch’esso soggetto a limiti qualitativi, quantitativi e temporali.

Questo, brevemente, può essere inteso come lo stato dell’arte. Come impatta su tale realtà il processo di digitalizzazione?

I vantaggi, o, semplicemente, i cambiamenti che tale innovazione porta con sé sono vari: le biblioteche si arricchiscono di terminali informatici idonei alla consultazione delle opere digitalizzate, in luogo dell’opera cartacea tout court, più persone contemporaneamente possono accedere al file dell’opera digitalizzata nello stesso momento (consentendo maggiori e migliori fruizioni e al contempo una maggiore protezione dell’opera cartacea, più soggetta all’usura del tempo rispetto al corrispettivo file digitale). Teoricamente sarebbe anche possibile l’accesso remoto da un computer esterno alla biblioteca (per esempio, da casa) tramite password o addirittura in modo libero.

Interrompo qui l’excursus sull’accessibilità delle opere, la quale è oggetto di altri interventi, e mi soffermo sul tema della digitalizzazione in quanto tale delle opere in possesso delle biblioteche.

3. Digitalizzazione e diritto

La digitalizzazione consiste nella trasformazione di un suono, di un’immagine, o, più in generale, di un documento in formato digitale (una sequenza di zero e di uno) interpretabile da un computer e, quindi, con possibilità infinite di riproduzione e di circolazione.

Per quanto qui rileva, le opere cartacee che possono essere soggette a digitalizzazione sono essenzialmente i libri, i manoscritti, le immagini (disegni, fotografie), gli spartiti musicali. Su di esse, come accennato nelle premesse, non sempre insistono diritti di proprietà intellettuale ma, nel caso tipico delle biblioteche, tali istituzioni accolgono per la maggior parte opere relativamente recenti e, quindi, ancora protette da copyright.

Gli scopi per cui una biblioteca può ritenere utile procedere alla digitalizzazione del proprio patrimonio cartaceo sono fondamentalmente di due tipi:

  • scopi interni: migliore archiviazione e conservazione delle opere cartacee;
  • scopi esterni: facilitare l’accesso del pubblico ai testi delle opere cartacee custodite.

La digitalizzazione per scopi interni presenta minori profili di rischio dal punto di vista del diritto d’autore rispetto a quella effettuata per scopi esterni perché il primo fine, rispetto al secondo, si pone in modo nettamente meno competitivo dal punto di vista economico con riguardo alle facoltà e ai diritti del titolare dei diritti delle opere possedute dalle biblioteche ed eventualmente digitalizzate dalle stesse.

Viceversa, la digitalizzazione per scopi esterni si presenta fortemente competitiva rispetto allo sfruttamento dell’autore.

Dal punto di vista giuridico la digitalizzazione è in entrambi i casi una forma di riproduzione dell’opera che trasla nel formato (da analogico a digitale) pur mantenendone le medesime caratteristiche creative, e, dunque, incide sul diritto esclusivo di riproduzione proprio dell’autore, previsto e tutelato dall’art. 133 della legge sul diritto d’autore 633/1941 (infra LDA).

Essendo la riproduzione diritto esclusivo dell’autore, il soggetto che intendesse digitalizzare opere sulle quali non esercita diritti di proprietà intellettuale dovrebbe ottenere il permesso dall’autore o comunque dal titolare dei diritti d’autore, salvo l’operare di eccezioni stabilite ex lege.

A questo proposito va ricordato che nella Direttiva Europea 2001/294 all’art. 5.2 lettera c) è prevista la facoltà per gli Stati membri di prevedere un’eccezione per “gli atti di riproduzione specifici effettuati da biblioteche accessibili al pubblico, istituti di istruzione, musei o archivi che non tendono ad alcun vantaggio economico o commerciale, diretto o indiretto”5.

In Italia l’eccezione indicata non è stata recepita, e ad oggi il regime delle biblioteche, per quanto riguarda la disciplina della digitalizzazione, è sottoposto alle norme degli articoli 686 e 697 della LDA.

In particolare essi prevedono la possibilità della riproduzione digitale solo di fonogrammi e videogrammi presenti presso le biblioteche, in un unico esemplare, sempre e solo per i servizi delle biblioteche stesse, a condizione che non ci sia alcun vantaggio economico o commerciale per le istituzioni bibliotecarie.

Per le opere cartacee invece non è previsto null’altro se non limiti qualitativi (divieto di riproduzione degli spartiti e partiture musicali) e quantitativi per la riproduzione unicamente analogica, cioè tramite fotocopia o sistema analogo.

In particolare, il comma 2 dell’art. 68 LDA stabilisce che “è libera la fotocopia di opere esistenti nelle biblioteche accessibili al pubblico o in quelle scolastiche, nei musei pubblici o negli archivi pubblici, effettuata dai predetti organismi per i propri servizi, senza alcun vantaggio economico o commerciale diretto o indiretto.”

Ciò significa che le biblioteche possono autonomamente, senza consultare i titolari dei diritti delle opere cartacee che custodiscono, procedere a riproduzioni analogiche (fotocopie) a fini conservativi (facendo rientrare tale finalità nella lettera “per i propri servizi”) ma per gli stessi motivi non sono ammesse le copie digitali.

In questa materia, de iure condendo, è intervenuta la Raccomandazione della Commissione Europea del 24 agosto 2006 (2006/585/EC)8 che all’art. 9 raccomanda agli Stati membri di prevedere disposizioni che consentano alle istituzioni pubbliche la riproduzione di più copie delle opere e la migrazione del materiale culturale a fini di conservazione, nel pieno rispetto della legislazione comunitaria e internazionale in materia di proprietà intellettuale.9

Tali propositi10 subiscono il forte limite dell’essere circoscritti alle opere fuori catalogo11 e alle opere orfane12, non essendo stata ancora trovata una soluzione soddisfacente per le opere che costituiscono la maggior parte del patrimonio bibliotecario, vale a dire i libri comuni su cui insistono diritti di proprietà intellettuale. Posto che il fine è la conservazione, se l’opera è in catalogo, cioè in commercio, si ritiene infatti che venga meno lo scopo conservativo della biblioteca.

Una soluzione simile è stata individuata anche nella legislazione degli USA, in particolare nella Section 108 del Copyright Act del 1976, modificato nel 1998 dal Digital Millennium Copyright Act (DMCA) e nel 2005. In tale Section è prevista una e vera e propria exemption for Nonprofit Libraries and Archives, prevista al fine di prendere in considerazione le tecnologie digitali e l’evoluzione tecnica delle pratiche di conservazione.

Se prima del DMCA, la Section 108 consentiva alle librerie e agli archivi di fare una singola copia (non digitale) delle opere a scopo di conservazione e prestito interbibliotecario, adesso la medesima Section 108 consente, a fini di conservazione, di effettuare fino a 3 copie, analogiche o digitali, di opere danneggiate, a condizione che tali copie non siano messe a disposizione del pubblico fuori dai locali della biblioteca. Inoltre la modifica legislativa consente che biblioteche e archivi possano riprodurre l’opera in nuovi formati if the original format becomes obsolete, cioè quando l’apparecchiatura utilizzata per leggere l’opera non è più in produzione o comunque ragionevolmente disponibile sul mercato. Lo scopo, dunque, deve essere quello di sostituire una copia danneggiata, deteriorata, persa o rubata, ovvero adeguare il formato in cui la copia è conservata, ormai divenuto obsoleto, alla realtà tecnologica, mentre non v’è necessità di conservazione se l’opera è in commercio e reperibile.

In ultimo, segnalo che in Italia gli scopi di conservazione di cui stiamo trattando potrebbero essere almeno parzialmente raggiunti, oltre che con la digitalizzazione da parte delle biblioteche, anche con il deposito legale previsto dalla legge 106/200413 che impone, al fine di conservare la memoria della cultura e della vita sociale italiana, il deposito dei documenti destinati all’uso pubblico e fruibili mediante la lettura, l’ascolto e la visione, qualunque sia il loro processo tecnico di produzione, di edizione o di diffusione (art. 1). L’art. 3 prevede che i soggetti obbligati al deposito legale sono:

a) l’editore o comunque il responsabile della pubblicazione, sia persona fisica che giuridica; b) il tipografo, ove manchi l’editore; c) il produttore o il distributore di documenti non librari o di prodotti editoriali similari; d) il Ministero per i beni e le attività culturali, nonché il produttore di opere filmiche.

L’articolo 4 elenca nello specifico le categorie di documenti destinati al deposito legale14.

4. Il caso Google

La questione della digitalizzazione a fini conservativi non esaurisce il tema del digitale e delle biblioteche. Basti accennare al fatto che, in recepimento della Direttiva 2001/29, in Italia è stata introdotta una nuova eccezione, ai sensi dell’art. 71-ter LDA, secondo cui “è libera la comunicazione o la messa a disposizione destinata a singoli individui, a scopo di ricerca o di attività privata di studio, su terminali aventi tale unica funzione situati nei locali delle biblioteche accessibili al pubblico, degli istituti di istruzione, nei musei e negli archivi, limitatamente alle opere o ad altri materiali contenuti nelle loro collezioni e non soggetti a vincoli derivanti da atti di cessione o da licenza”. Bisognerebbe chiedersi, tuttavia, quali limiti concretamente si applichino a questa eccezione, considerato che, non essendo lecita di per sè la digitalizzazione a fini di messa a disposizione, potrà essere oggetto dell’art. 71-ter solo quanto già posseduto in forma digitale dalle biblioteche in virtù di atti di acquisto o di licenza. Ma di questo tema si occupa un altro intervento. Io vorrei qui brevemente riferire alcune considerazioni tratte dalla recente notizia di stampa riguardo al caso giudiziario che vede contrapposti da una parte l’associazione che raggruppa gli autori americani (Authors Guild) e dall’altra il colosso dei motori di ricerca che giorno dopo giorno amplia e diversifica i propri interessi sul web e nelle nuove tecnologie, Google.

Tale controversia, che andrà a processo nel 2008, deriva dal noto progetto di Google, Print Library Project, per cui alcune biblioteche statunitensi come quella di Harward, Stanford, Oxford, Michigan o la NY Public Library15, consentono a Google la trasformazione delle opere da esse custodite in formato digitale. Tale accordo si riferisce non solo alle opere in pubblico dominio (per le quali non ci sarebbero particolari problemi di copyright) ma anche alle opere ad oggi ancora protette da diritti di proprietà intellettuale. In sostanza le biblioteche mettono a disposizione di Google i beni, le opere cartacee, sia in pubblico dominio che protette. Google si sobbarca gli oneri della digitalizzazione. Grazie al passaggio al formato digitale le biblioteche possono meglio conservare il proprio patrimonio, mentre Google intende svolgere alcuni innovativi servizi online. In tali servizi, Google mostra la totalità dell’opera digitalizzata qualora essa sia in regime di pubblico dominio, mentre limita la fruizione dell’utente a piccole porzioni di brani dell’opera, nel caso essa sia ancora protetta da copyright, rinviando poi al sito del soggetto che può lecitamente vendere.

L’associazione degli autori ritiene tuttavia che tale progetto leda i diritti dei propri iscritti. Più precisamente, ritiene che la digitalizzazione da parte di Google sia uno sfruttamento dei diritti esclusivi, non coperto da eccezione.

Google si difende, affermando la sufficienza della sua policy, basata sull’opt-out, cioè il diritto dei titolari dei diritti su opere custodite da biblioteche e oggetto di potenziale digitalizzazione di rifiutare tale operazione e rimanerne fuori. Questa policy non è tuttavia ritenuta accettabile da parte dell’associazione rappresentativa degli interessi degli autori perché ribalta un diritto esclusivo (quello della riproduzione, diritto esclusivo in capo all’autore o al titolare dei diritti) nell’onere di dover manifestare la negazione di un consenso (facoltà di opt-out)16.

Lo snodo più interessante della questione, anche per noi europei, consiste nella interpretazione che Google ed i suoi sostenitori danno delle operazioni svolte dal punto di vista giuridico. Google afferma, infatti, che la digitalizzazione che ha posto e sta ponendo in essere si debba qualificare come fair use sulla base del precedente giudiziario statunitense Kelly vs Arriba Soft. del 200317. L’uso che Google farebbe delle opere protette sarebbe quindi un uso necessario e diverso da quello tipico delle opere cartacee. Soprattutto, l’uso che Google fa delle opere non si sostituirebbe a quello originale.

In tal modo la digitalizzazione (che avviene negli Stati Uniti) sarebbe comunque lecita in quanto coperta dal principio locale del fair use. Per quanto concerne la messa a disposizione di estratti delle opere, Google sostiene poi che tale attività sarebbe lecita anche fuori dagli Stati Uniti (per esempio, in Europa) ove la digitalizzazione potrebbe non essere lecita, in quanto coperta da una eccezione introdotta nei membri a seguito della Direttiva 2001/29. Sulla liceità della messa a disposizione in Europa non inciderebbe la circostanza che la digitalizzazione sarebbe illecita in Europa, in quanto essa sarebbe avvenuta lecitamente negli USA per il principio del fair use. Quali sono le conseguenze di tutto quanto sopra esposto?

Anzitutto che Google, forte della propria tesi giuridica e della propria posizione commerciale, sta già digitalizzando e mettendo a disposizione ingenti patrimoni librari di biblioteche statunitensi. Ciò già di per sé rende la posizione europea e, soprattutto, italiana difficile, perché ovviamente i patrimoni librari statunitensi tendono a essere focalizzati sulla cultura nordamericana. Stando così le cose, si potrebbe creare un certo squilibrio tra l’offerta di opere letterarie statunitensi o comunque conservate in biblioteche statunitensi, e tutto il resto dei libri del mondo. Semplicemente, essendo Google la più grande, diffusa e meglio organizzata bancarella del mondo, non essere in quella esposizione potrebbe rendere automaticamente la posizione di chi è assente fortemente residuale.

Qui bisognerebbe allora, forse, rivoluzionare il proprio modo di pensare e ragionare in termini brutalmente commerciali per capire se sia davvero così dannoso permettere a Google di procedere alla digitalizzazione delle opere cartacee (che porta con sé inevitabilmente anche uno scopo conservativo non secondario) e consentirne poi la fruizione per piccoli brani limitati (unitamente alla indicazione di link per l’acquisto a pagamento dell’opera cartacea consultata).

In questo modo si potrebbe favorire la digitalizzazione da parte di Google e la messa a disposizione anche di libri e opere cartacee di culture minoritarie, anglofone ma non statunitensi, italiane, di tutto il mondo.

NOTE

1 LGV Avvocati.

2 Le licenze Creative Commons, nate nel 2001, su impulso del Prof. Lawrence Lessig, sono strumenti giuridici che facilitano al grande pubblico la gestione dei diritti d’autore (per maggiori informazioni v. il sito www.creativecommons.it).

3 Art. 13 LDA: “Il diritto esclusivo di riprodurre ha per oggetto la moltiplicazione in copie diretta o indiretta, temporanea o permanente, in tutto o in parte dell’opera, in qualunque modo o forma, come la copiatura a mano, la stampa, la litografia, l’incisione, la fotografia, la fonografia, la cinematografia ed ogni altro procedimento di riproduzione.”

4 Direttiva 2001/29/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2001, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione.

5 Non è chiaro se la norma intenda ricomprendere sia le riproduzioni per scopi interni che quelle per scopi esterni. Le biblioteche, infatti, per definizione non dovrebbero tendere alla realizzazione di un vantaggio economico o commerciale dalla propria attività. È tuttavia ben possibile che ove esse effettuassero una digitalizzazione per scopi esterni, tale atto potrebbe essere competitivo nei confronti delle attività tipiche di sfruttamento dell’opera da parte del titolare dei diritti. In questo senso vi è quindi da chiedersi se la definizione della direttiva relativa all’assenza di un fine economico o commerciale diretto o indiretto debba essere interpretata nel senso di escludere che l’attività della biblioteca si configuri come competitiva allo sfruttamento commerciale o comunque economico dell’opera.

6 Art. 68 LDA: “1. È libera la riproduzione di singole opere o brani di opere per uso personale dei lettori, fatta a mano o con mezzi di riproduzione non idonei a spaccio o diffusione dell’opera nel pubblico.

2. È libera la fotocopia di opere esistenti nelle biblioteche accessibili al pubblico o in quelle scolastiche, nei musei pubblici o negli archivi pubblici, effettuata dai predetti organismi per i propri servizi, senza alcun vantaggio economico o commerciale diretto o indiretto.

3. Fermo restando il divieto di riproduzione di spartiti e partiture musicali, è consentita, nei limiti del quindici per cento di ciascun volume o fascicolo di periodico, escluse le pagine di pubblicità, la riproduzione per uso personale di opere dell’ingegno effettuata mediante fotocopia, xerocopia o sistema analogo.

4. I responsabili dei punti o centri di riproduzione, i quali utilizzino nel proprio ambito o mettano a disposizione di terzi, anche gratuitamente, apparecchi per fotocopia, xerocopia o analogo sistema di riproduzione, devono corrispondere un compenso agli autori ed agli editori delle opere dell’ingegno pubblicate per le stampe che, mediante tali apparecchi, vengono riprodotte per gli usi previsti nel comma 3. La misura di detto compenso e le modalità per la riscossione e la ripartizione sono determinate secondo i criteri posti all’art. 181- ter della presente legge. Salvo diverso accordo tra la SIAE e le associazione delle categorie interessate, tale compenso non può essere inferiore per ciascuna pagina riprodotta al prezzo medio a pagina rilevato annualmente dall’ISTAT per i libri.

5. Le riproduzioni per uso personale delle opere esistenti nelle biblioteche pubbliche, fatte all’interno delle stesse con i mezzi di cui al comma 3, possono essere effettuate liberamente nei limiti stabiliti dal medesimo comma 3 con corresponsione di un compenso in forma forfetaria a favore degli aventi diritto di cui al comma 2 dell’articolo 181-ter, determinato ai sensi del secondo periodo del comma 1 del medesimo articolo 181-ter. Tale compenso è versato direttamente ogni anno dalle biblioteche, nei limiti degli introiti riscossi per il servizio, senza oneri aggiuntivi a carico del bilancio dello Stato o degli enti dai quali le biblioteche dipendono. I limiti di cui al comma 3 non si applicano alle opere fuori dai cataloghi editoriali e rare in quanto di difficile reperibilità sul mercato.

6. È vietato lo spaccio al pubblico delle copie di cui ai commi precedenti e, in genere, ogni utilizzazione in concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all’autore”.

7 Art. 69 LDA: “1. Il prestito eseguito dalle biblioteche e discoteche dello Stato e degli enti pubblici, ai fini esclusivi di promozione culturale e studio personale, non è soggetto ad autorizzazione da parte del titolare del relativo diritto, al quale non è dovuta alcuna remunerazione e ha ad oggetto esclusivamente:

a) gli esemplari a stampa delle opere, eccettuati gli spartiti e le partiture musicali;
b) i fonogrammi ed i videogrammi contenenti opere cinematografiche o audiovisive o sequenze d’immagini in movimento, siano esse sonore o meno, decorsi almeno diciotto mesi dal primo atto di esercizio del diritto di distribuzione, ovvero, non essendo stato esercitato il diritto di distribuzione, decorsi almeno ventiquattro mesi dalla realizzazione delle dette opere e sequenze di immagini.

2. Per i servizi delle biblioteche, discoteche e cineteche dello Stato e degli enti pubblici è consentita la riproduzione, senza alcun vantaggio economico o commerciale diretto o indiretto, in un unico esemplare, dei fonogrammi e dei videogrammi contenenti opere cinematografiche o audiovisive o sequenze di immagini in movimento, siano esse sonore o meno, esistenti presso le medesime biblioteche, cineteche e discoteche dello Stato e degli enti pubblici.”

8 Raccomandazione della Commissione del 24 agosto 2006 sulla digitalizzazione e l’accessibilità on line del materiale culturale e sulla conservazione digitale.

9Leggendo il dettato della Direttiva 2001/29 riguardo l’eccezione concernente all’art 5.2 lettera c) gli atti di riproduzione specifici effettuati da biblioteche accessibili al pubblico, istituti di istruzione, musei o archivi che non tendono ad alcun vantaggio economico o commerciale, diretto o indiretto, alla luce di questa Raccomandazione si potrebbe arguire che la nozione di riproduzione specifica per le biblioteche possa essere quella finalizzata alla migrazione del materiale culturale a fini di conservazione.

10Vedi HLEG (High Level Expert Group) report del 18 aprile 2007 e l’interim report del 17 ottobre 2006, studi nell’ambito del progetto europeo i2010 Digital Libraries.

11HLEG Report definisce le out of print works come “work that is not commercially available as declared by the appropriate rightholders”.

12 HLEG Report definisce le orphan works come “works whose rightholders are not identifiable or rightholders are not locatable”.

13 Legge 15 aprile 2004, n. 106 “Norme relative al deposito legale dei documenti di interesse culturale destinati all’uso pubblico”.

14 Art. 4. L. 106/2004 (Categorie di documenti destinati al deposito legale): Le categorie di documenti destinati al deposito legale sono:

a) libri;

b) opuscoli;

c) pubblicazioni periodiche;

d) carte geografiche e topografiche;

e) atlanti;

f) grafica d’arte;

g) video d’artista;

h) manifesti;

i) musica a stampa;

l) microforme;

m) documenti fotografici;

n) documenti sonori e video;

o) film iscritti nel pubblico registro della cinematografia tenuto dalla Società italiana autori ed editori (SIAE);

p) soggetti, trattamenti e sceneggiature di film italiani ammessi alle provvidenze previste dall’articolo 20 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 28;

q) documenti diffusi su supporto informatico;

r) documenti diffusi tramite rete informatica non rientranti nelle lettere da a) a q).

15 Ad oggi iniziano ad aderire al progetto di Google anche importanti biblioteche europee.

16 Del resto, il sistema dell’opt-out non è sicuramente accettabile nel contesto di un diritto esclusivo ed in mancanza di una espressa disposizione di legge. In altre parole, o si ritiene che Google abbia bisogno del preventivo consenso degli autori, oppure si ritiene che tale consenso non sia necessario (bastando l’assenza di preventivo rifiuto).

17 Nel caso che vedeva contrapposti un fotografo professionista e una società che gestiva un motore di ricerca, è stato ritenuto fair use non costituente violazione di copyright il mettere a disposizione del pubblico le cosiddette thumbnail, micro riproduzioni di opere visive al fine di facilitare la navigazione e la ricerca online, compiti tipici di un motore di ricerca.

About Giovanni d'Ammassa

Avvocato con studio in Milano dal 1997, coltiva sin dall'Università lo studio e l’insegnamento del diritto d’autore. Fonda Diritttodautore.it nel 1999. Appassionato chitarrista e runner.