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Il recepimento della Direttiva sul diritto di seguito (Eleonora Trigari)

SOMMARIO: 1. Premessa storica — 2. I problemi applicativi connessi alla previsione normativa del 1941 — 3. La Direttiva 2001/84/CE — 4. Il recepimento della Direttiva in Italia — 5. Il ruolo della S.I.A.E.

1. Premessa storica
Il diritto di seguito è stato definito come “espressione del persistere di pretese dell’autore rispetto a esemplari della propria opera alienati”[1]. Esso consiste nel diritto dell’autore di un’opera dell’arte figurativa a percepire un compenso sulle vendite successive alla prima.
Da un punto di vista strettamente giuridico, la dottrina più recente sostiene che il diritto di seguito non sia inquadrabile nella tradizionale categoria di diritto caratterizzato da connotati di realità, tipico delle obligationes propter rem: si atteggia piuttosto come puro diritto di credito nei confronti del soggetto o dei soggetti che la legge indica come responsabili della corresponsione del compenso[2].
Il diritto di seguito fu introdotto per la prima volta in Francia, in seguito ad un accesissimo dibattito, con una legge del 20 maggio 1920, e successivamente in Begio con la legge del 25 giugno 1921. Lo spunto per l’introduzione di questo diritto fu offerto dall’indignazione della comunità artistica francese nei confronti dei commercianti d’arte, poiché una famosa opera di Millet (Angelus), dopo esser stata acquista per l’irrisoria cifra di 1.200 franchi dell’epoca, era poi stata più volte rivenduta, per giungere, nel giro di trent’anni, alla quotazione di un milione di franchi.
Il legislatore francese e quello belga, nell’introdurre il diritto di seguito nei rispettivi ordinamenti, adottarono un sistema che riconosceva all’autore il diritto a percepire un compenso calcolato non sull’aumento di valore dell’opera, ma basato su una percentuale sul prezzo di vendita, richiesta però solamente per le vendite pubbliche. In tal modo si sperava di evitare le evidenti difficoltà pratiche a cui si sarebbe andati incontro nel calcolo del plusvalore acquisito nel tempo.
Diverso il sistema adottato in Cecoslovacchia, con legge del 24 novembre 1926. Era infatti accordato agli autori il diritto generico di agire contro i compratori delle opere d’arte per ottenere che il Tribunale concedesse una partecipazione adeguata agli introiti realizzati con le vendite successive alla prima, sia pubbliche private. L’ammontare del compenso spettante all’autore era fissato dal giudice con giudizio equitativo, tenendo conto delle condizioni economiche delle parti, delle spese e di tutte le variabili che potevano aver influenzato il prezzo dell’opera. Il compenso non poteva comunque essere superiore al 20% del prezzo pagato e per ottenerlo l’autore doveva dimostrare che il creditore aveva conseguito un profitto sproporzionato rispetto al prezzo al quale egli aveva pagato l’opera[3].
Interessante il progetto di legge Austro – Germanico del 1932, ai sensi del quale si voleva accordare all’autore una percentuale fissa per tutto il periodo di protezione, da applicarsi a tutte le vendite, sia private che pubbliche, purché ad un prezzo limite fissato preventivamente per legge.
La Polonia riconobbe invece il diritto di seguito con una legge del 22 marzo 1935. Il sistema polacco prevedeva la corresponsione all’autore di una percentuale prestabilita da calcolarsi sull’aumento di valore dell’opera d’arte.
Questi erano gli unici Stati a riconoscere tale diritto negli anni a cavallo tra le due guerre, peraltro con notevolissime differenze.
In Italia i lavori per lo studio di una legge sul diritto di seguito iniziarono nel marzo 1928 con una commissione istituzionale appositamente costituita, in seguito integrata con alcuni rappresentanti degli artisti.
Nel disegno di legge frutto del lavoro della commissione, il compenso da accordare agli autori era stabilito in una percentuale calcolata sull’aumento di valore ottenuto dall’opera nel corso del tempo, laddove per aumento di valore si doveva intendere la differenza tra il prezzo pagato dal possessore e il prezzo di vendita, sia per le vendite pubbliche che per quelle tra privati.
L’onere di provare l’aumento di valore incombeva sull’autore, il quale però poteva fare ricorso a tutti i mezzi di prova del diritto comune, compresa la prova per testimoni. Nel disegno di legge, tuttavia, si contemplava la possibilità di rinunciare all’effettivo aumento di valore di difficile accertamento e di ottenere, invece, una percentuale effettiva sul prezzo di vendita. La commissione si era evidentemente resa conto che, se già è estremamente complesso accertare l’effettivo aumento di valore dell’opera, nel momento in cui l’onere della prova sul punto è posto a carico dell’autore ciò si trasforma in una vera e propria probativo diabolica. Ciò soprattutto se si tiene conto della disparità di forza contrattuale che detiene un mercante d’arte rispetto a un artista, specialmente emergente: per quest’ultimo, in concreto, sarà difficilissimo trovare prove/testimoni, proprio nel mondo del mercato dell’arte, che lo aiutino a ottenere il compenso dovutogli arrecando “noie” a chi sarebbe tenuto a versarglielo…
Il diritto di seguito viene comunque introdotto in Italia con la legge sul diritto d’autore 22 aprile 1941, n. 633 (di seguito l.d.a.). Il sistema approntato dal legislatore era in parte differente dal disegno di legge proposto a seguito dei lavori della commissione del 1928. Non era infatti prevista la possibilità di rinunciare all’effettivo aumento di valore, come già detto di difficile accertamento, e di ottenere, invece, una percentuale effettiva sul prezzo di vendita. Si manteneva l’onere della prova sul punto a carico dell’autore, con tutte le incredibili difficoltà pratiche di riscossione dei compensi già sopra sottolineate.
In ambito internazionale il diritto di seguito fu inserito nella Convenzione dell’Unione di Berna (di seguito CUB) soltanto a seguito della revisione avvenuta a Bruxelles nel 1948, con una disciplina regolata da tre commi dell’attuale art. 14-ter[4]. Sono così protette, oltre alle opere d’arte originali, anche i manoscritti originali di scrittori e compositori. Il diritto si applica però solo ove la legislazione nazionale lo preveda e a condizione di reciprocità.
In tale contesto normativo internazionale, parte della dottrina sosteneva che il diritto di seguito imponesse un vincolo eccessivamente oneroso in capo al proprietario dell’opera originale. Di contro, si sottolineava la debolezza e lo stato di necessità di molti artisti rispetto ai mercanti d’arte e l’ingiustizia di quanto accadeva a molti artisti emergenti e indigenti che, vendute le proprie opere a prezzi irrisori, dopo qualche anno le vedevano vendute ad aste miliardarie: ecco perché, forse con un briciolo di cinismo, i primi commentatori definirono “sentimentale” l’origine del diritto di seguito.
Altri autori affrontando l’argomento dell’origine del diritto sempre in un’ottica più pratica che giuspolitica, tentarono di spiegarla ricorrendo alla teoria dell’ingiustificato arricchimento del proprietario dell’opera d’arte che, a distanza di tempo, venda l’esemplare ad un prezzo molto più alto di quello d’acquisto.
In realtà è la concreta modalità di utilizzazione economica delle opere d’arte, prodotte in esemplari unici o comunque rari, a porsi all’origine del diritto di seguito e a sfuggire alla logica tradizionale del diritto di autore, costruito originariamente attorno al diritto esclusivo di riproduzione e rappresentazione.
È la stessa unicità o rarità dell’esemplare, infatti, a rendere estremamente difficoltoso per l’autore l’ottenere una remunerazione proporzionata all’entità dello sfruttamento dell’esemplare della propria opera[5]. L’unicità/la rarità dell’esemplare comporta che, ceduto il corpus mechanicum nel quale l’opera è incorporata, è anche ceduta irrimediabilmente la possibilità di godimento dell’opera d’arte, la quale è poi trasferita per ogni successivo acquirente[6].
La cosiddetta “massima materializzazione dell’opera d’arte”, per cui l’opera non poteva circolare senza il proprio supporto originale[7], comportava che l’autore, una volta venduta l’opera, si spogliasse di ogni diritto di utilizzazione economica[8]. In quest’ottica, quindi, il diritto di seguito diventava uno strumento di giusta remunerazione, permettendo all’autore di partecipare economicamente ai proventi realizzati dai mercanti d’arte che, in qualità di intermediari nella circolazione dell’opera, si arricchiscono grazie alla disponibilità di terzi ad acquistarla.
Il fatto che, nel corso del tempo, si sia affermata tale ultima spiegazione circa l’origine ed il perché del diritto di seguito[9], ha prodotto una rilevante conseguenza sulla disciplina di cui alla Direttiva 2001/84/CE: il legislatore comunitario ha optato per l’abbandono di sistemi[10] basati su una percentuale dell’incremento di valore dell’opera, a favore, invece, dell’imposizione di una percentuale a seconda della fascia di prezzo in cui l’opera ricade.
Il presupposto per l’applicabilità della disciplina, a livello continentale, non sarà più riferito all’eventuale aumento di valore dell’opera[11], ma al fatto che vi sia stata una vendita: vale a dire, che l’esemplare dell’opera sia stato sfruttato economicamente[12].

2. I problemi applicativi connessi alla previsione normativa del 1941
Oltre a quanto sopra già evidenziato circa le enormi difficoltà di applicazione pratica che il diritto di seguito ha incontrato in Italia, si può aggiungere che l’impostazione legislativa italiana aveva per presupposto una cooperazione tra artisti e mercanti d’arte, che nella pratica raramente esiste. Tale problema, è caso di precisarlo, si riscontrava in realtà in tutti gli Stati, ma nel nostro Paese l’adozione del criterio dell’aumento di valore ha peggiorato ulteriormente le cose.
I proprietari erano riluttanti a versare i corrispettivi dovuti in forza del diritto di seguito, nonché a divenire fiscalmente rintracciabili: e gli artisti, soprattutto quelli emergenti, non desideravano contrariarli più di tanto con richieste che avrebbero potuto far perdere loro occasioni di vendita. Inoltre, la legge italiana non disciplinava le fattispecie in cui si alternassero vendite pubbliche e private, il che costituiva una grave lacuna.
Il sistema italiano, definito un sistema ibrido tra l’empirico sistema francese e il giudizio di equità del sistema cecoslovacco, è restato per anni lettera morta. Nell’analisi delle specifiche norme della l.d.a. sul diritto di seguito, prima e dopo il recepimento della Direttiva 2001/84/CE, verranno evidenziate ulteriori difficoltà pratico/applicative, conseguenza dell’impostazione seguita dal legislatore italiano.

3. La Direttiva 2001/84/CE
L’esigenza di armonizzazione era emersa in ambito europeo fin dagli anni ’70. Il diritto di seguito non era previsto in tutti gli Stati e, ove riconosciuto, si riscontravano differenze importanti.
L’urgenza della necessità di armonizzazione è stata portata agli occhi di tutti con il caso Beuys. L’unico erede del pittore tedesco aveva avanzato la pretesa di ottenere la percentuale che la legge d’autore tedesca prevede per la vendita delle opere indicate al § 26 UrhG. La richiesta fu respinta, poiché la vendita era avvenuta a Londra, a mezzo della nota casa d’aste Christie’s: ai fini dell’individuazione della legge applicabile per il diritto di seguito, i giudici ritennero essere rilevante il luogo della vendita dalla casa d’asta all’acquirente e non quello della vendita dal proprietario alla casa d’asta o al suo rappresentante. La Corte tedesca si era dunque attenuta rigidamente al criterio di territorialità, ma il caso ha evidenziato come la mancanza di una disciplina uniforme tra i Paesi comunitari alteri la circolazione delle merci all’interno del mercato europeo.
La situazione, prima della Direttiva, era ulteriormente complicata dal fatto che, in seguito alla sentenza Phil Collins (del 20.10.1993), per le fattispecie aventi ad oggetto il diritto di seguito, la Corte di Giustizia aveva escluso l’applicabilità del principio di reciprocità (sancito dalla CUB, art. 14-bis), a favore di quello di non discriminazione tra cittadini comunitari. La Corte di Giustizia aveva sostenuto che le clausole di reciprocità contenute nelle legislazioni nazionali non potessero invocarsi nei confronti di cittadini dell’Unione europea, altrimenti sarebbe stato violato l’art. 6 del Trattato.
Pertanto, se da un lato l’art. 14 bis della CUB stabiliva l’applicabilità del diritto di seguito agli stranieri a condizione di reciprocità, la Corte di Giustizia, con la pronuncia nel caso Phil Collins, di fatto metteva nel nulla tale principio e avrebbe potuto far sì che tutti gli Stati che già riconoscevano il diritto di seguito ai propri cittadini si vedessero costretti ad offrire la stessa tutela ance a quei Paesi membri che non lo riconoscevano, né ai propri cittadini né agli stranieri. Lo scenario, senza una norma armonizzatrice, sarebbe potuto diventare sempre più “imbarazzante”.
Era ormai più che evidente l’effetto distorsivo della concorrenza all’interno della Comunità, in presenza di tale contesto normativo.
Dell’ormai irrinunciabile esigenza di armonizzazione è ampiamente dato atto nei considerando dal n. 7 al n. 17. La norma comunitaria afferma che l’applicazione o meno delle norme nazionali sul diritto di seguito incide in misura significativa sulle condizioni del mercato interno e che il diritto di seguito è uno dei fattori che contribuiscono a falsare la concorrenza e a creare fenomeni di delocalizzazione delle vendite all’interno della Comunità, con effetti negativi sul funzionamento del mercato interno. Si sottolinea quindi l’opportunità di sopprimere le differenze esistenti al riguardo nelle legislazioni nazionali, per eliminare tali fenomeni distorsivi della concorrenza.
L’iter di elaborazione della Direttiva è stato molto lungo e “sofferto”, soprattutto per le fortissime opposizioni da parte di alcun Stati membri (in particolare Regno Unito), nei quali le case d’asta erano riuscite ad esercitare enormi pressioni, temendo che l’introduzione del diritto di seguito in Europa potesse avere l’effetto di trasferire in massa le vendite verso altri Paesi che non riconoscono tale diritto (come gli USA).
Hanno vinto, alla fine, numerose soluzioni di compromesso.

4. Il recepimento della Direttiva in Italia
Con D. lgs. 13 febbraio 2006, n. 118[13], l’Italia ha dato attuazione alla Direttiva 2001/84/CE. Il recepimento è avvenuto con un lieve ritardo, poiché l’art. 12 ne avrebbe imposto l’attuazione entro il 1 gennaio 2006.
La Direttiva è applicabile a tutte le opere d’arte di cui all’art. 2 della stessa norma comunitaria14, che, al 1 gennaio 2006, siano ancora protette dalla legislazione dello Stato membro del settore del diritto d’autore o che a quella data soddisfino i criteri di protezione ai sensi della Direttiva (art. 10).
Il decreto attuativo si compone di 15 articoli, che modificano in maniera rilevante gli artt. da 144 a 155 della l.d.a.
All’art. 1, è prevista la modificazione della rubrica che nella l.d.a. conteneva le norme sul diritto di seguito. Significativamente, il titolo non è più “Diritti dell’autore sull’aumento di valore delle opere delle arti figurative”, ma “Diritti dell’autore sulle vendite successive di opere e di manoscritti”.
L’art. 144 l.d.a. è stato modificato per effetto dell’art. 2 del decreto di recepimento della Direttiva. I soggetti titolari del diritto non sono più “gli autori delle opere delle arti figurative, realizzate a mezzo della pittura, della scultura, del disegno e della stampa, e gli autori dei manoscritti originali”, bensì, “gli autori delle opere d’arte e di manoscritti”.
L’art. 3 chiarisce che, ai fini dell’art. 144 l.d.a., per “opere” si dovranno intendere gli originali delle opere delle arti figurative, “come i quadri, i collages, i dipinti, i disegni, le incisioni, le stampe, le litografie, le sculture, gli arazzi, le ceramiche, le opere in vetro e le fotografie, nonché gli originali dei manoscritti, purché si tratti di creazioni eseguite dall’autore stesso o di esemplari considerati come opere d‘arte e originali”.
La nuova norma ha ampliato le categorie di opere alla quali si applica il diritto: l’elencazione di cui al nuovo art. 144 l.d.a. – lo palesa l’utilizzo del “come” – è infatti di tipo esemplificativo e non tassativo. Tutte le opere delle arti figurative, quindi, saranno soggette al diritto di seguito.
Il recepimento dell’art. 2, comma 1 della Direttiva è stato pressoché letterale.
Il legislatore europeo ha desiderato armonizzare le disposizioni dei vari Paesi membri circa le opere oggetto di tutela (si veda anche il considerando n. 21 della Direttiva), includendo nell’elenco quanti più generi possibili di opere, in quanto vi erano rilevanti differenze sul punto. In particolare, si riscontrano difformità circa l’applicabilità del diritto di seguito ai manoscritti (in Italia per esempio questi erano oggetto del diritto). Infatti i manoscritti consistono più propriamente in mezzi di documentazione di opere d’arte, aventi un certo valor di mercato, che non in opere d’arte vere e proprie[15].
L’art. 2 della Direttiva non include pertanto i manoscritti tra le opere da tutelare, ma, genericamente, stabilisce che “si intendono per opere d’arte gli originali delle opere delle arti figurative … purché si tratti di creazioni eseguite dall’artista stesso o di esemplari considerati come opere d’arte e originali”.
Il legislatore italiano ha scelto tuttavia di includere nella tutela anche i manoscritti, ma purché ricorrano i requisiti fissati dalla norma comunitaria: deve trattarsi di creazioni eseguite dall’autore stesso o di esemplari considerati come opere d’arte e originali. In sostanza, è applicabile il diritto di seguito a quei manoscritti che non siano mera fonte di documentazione, ma che rechino l’impronta personale dell’autore.
Nell’includere soltanto i manoscritti “d’arte” e non quelli di “mera documentazione” tra i generi di opera cui è applicabile il diritto di seguito, il legislatore italiano ha probabilmente condiviso una considerazione già effettuata dal legislatore europeo. Se funzione del diritto di seguito è rendere l’autore partecipe dello sfruttamento economico dell’esemplare dell’opera (e tale principio è ora accolto nel nostro ordinamento) e quindi che il compenso all’autore vada calcolato come percentuale sul prezzo di vendita, e non sull’aumento di valore, non ha senso estendere la disciplina del diritto di seguito ai manoscritti (quantomeno a quelli di mera documentazione). Questi, infatti, non hanno nulla a che fare con l’utilizzazione patrimoniale dell’esemplare dell’opera d’arte: chi li vende non ricava un’utilità dalla disponibilità dei terzi a pagare per fruire dell’opera, ma, molto più semplicemente, vende un oggetto il cui prezzo è proporzionale alla propria rarità o alla notorietà di chi lo ha realizzato[16]. Nella norma italiana anteriore al recepimento della Direttiva, erano oggetto del diritto di seguito i “manoscritti originali”, senza ulteriori precisazioni. Ciò era coerente con la vecchia mentalità per cui il diritto di seguito doveva corrispondersi come percentuale sull’aumento di valore dell’opera, in quanto lo si giustificava come rimedio ad un altrimenti ingiustificato arricchimento.
È stato perciò necessario per il legislatore italiano, che voleva mantenere la tutela almeno per una parte dei manoscritti, specificare chiaramente che deve trattarsi di manoscritti considerabili più come vere e proprie opere d’arte che come mere fonti di documentazione, altrimenti sarebbe caduto in evidente contraddizione con la stessa ratio della tutela prevista dalla Direttiva.
In quest’operazione è stata introdotta una distinzione, che sembra essere di difficilissima attuazione pratica, tra manoscritti “opere d’arte” e manoscritti “meramente documentativi”.
Quanto alle ceramiche e alle opere in vetro, la loro tutelabilità resta subordinata all’inquadramento tra le opere delle arti visive di cui all’art. 2, n. 4 della l.d.a., ovvero tra quelle del disegno industriale, purché presentino carattere creativo e valore artistico, ai sensi del successivo n. 10, introdotto nell’art. 2 l.d.a. dall’art. 22 del d.lgs. 2.2.2001, n. 95[17].
La stessa dottrina ritiene che debba invece ritenersi esclusa l’applicazione del diritto di seguito per i prodotti del disegno industriale protetti secondo la normativa sulla registrazione dei modelli e disegni ornamentali, di cui agli artt. 1 e seguenti del citato d. lgs. n. 95 del 2.2.2001.
Per quanto concerne le c.d. “opere multiple”, la norma specifica che “le copie delle opere delle arti figurative prodotte in numero limitato dall’autore stesso o sotto la sua autorità, sono considerate come originali purché siano numerate, firmate o altrimenti debitamente autorizzate dall’autore”.
Fedele il recepimento dell’art. 2, comma 2 della Direttiva: non è stato specificato il numero entro il quale le copie devono contenersi per poter esser considerate originali, ma sembrerebbe doversi basare sul numero di copie d’uso (per esempio per le sculture sono nove)
La nuova norma prevede l’applicabilità del diritto di seguito anche alle fotografie, che non erano prima incluse tra le opere oggetto della tutela. È presumibile che vi saranno problemi di applicazione circa l’individuazione dell’originale della fotografia. La dottrina straniera ha proposto di limitare l’applicazione della disciplina alla pellicola fotografica o alle sole fotografie firmate[18]. Ciò probabilmente creerebbe un’ingiustificata disparità di trattamento rispetto alle opere anonime. Altra dottrina, considerando che la Direttiva considera la disciplina applicabile agli esemplari interamente realizzati dall’autore, suggerisce di considerare oggetto di tutela quelle fotografie che siano anche state sviluppate dall’autore[19].
Il contenuto del diritto, conformemente alla ratio dello stesso, non consiste in “una percentuale sul prezzo della prima vendita pubblica degli esemplari originali delle opere e dei manoscritti, quale presunto maggior valore conseguito dall’esemplare in confronto del suo prezzo originario di alienazione”, ma in “un compenso sul prezzo di ogni vendita successiva alla prima cessione delle opere stesse da parte dell’autore”. Ciò elimina le difficoltà pratiche di applicazione del diritto di seguito, che in Italia lo avevano addirittura reso lettera morta.
Il nuovo art. 144 così prosegue: “Ai fini del primo comma si intende come vendita successiva quella comunque effettuata che comporta l’intervento, in qualità di venditori, acquirenti o intermediari, di soggetti che operano professionalmente nel mercato dell’arte, come le case d’asta, le gallerie d’arte e, in generale, qualsiasi commerciante di opere d’arte.
3. Il diritto di cui al comma 1 non si applica alle vendite quando il venditore abbia acquistato l’opera direttamente dall’autore meno di tre anni prima di tali vendite e il prezzo di vendita non sia superiore a 10.000,00 euro. La vendita si presume effettuata oltre i tre anni dall’acquisto salva prova contraria fornita dal venditore”.
Le nuove norme sul diritto di seguito si applicheranno perciò a tutte le vendite, sia pubbliche che tra privati, purché vi sia stato l’intervento di un professionista del commercio d’arte.
La disposizione è conforme a quanto prevede la Direttiva all’art. 1, comma 2 [20] e comma 3, nonché al considerando n. 18, che così recita: “È opportuno estendere l’applicazione del diritto a tutte le operazioni di vendita, eccezion fatta per quelle effettuate direttamente tra persone che agiscono a titolo privato senza la partecipazione di un professionista del mercato dell’arte. Tale diritto non dovrebbe essere esteso alle vendite effettuate da persone che agiscono a titolo privato e a musei senza scopo di lucro e aperti al pubblico. Per quanto riguarda la particolare situazione delle gallerie d’arte che acquistano le opere direttamente dagli autori, dovrebbe essere lasciata agli Stati membri la facoltà di escludere dal diritto sulle successive vendite di opere d’arte originali le vendite delle opere effettuate entro tre anni dalla loro acquisizione. Occorre tener conto anche degli interessi dell’artista limitando tale esclusione alle vendite il cui prezzo non superi i 10.000 EUR”.
La dottrina ha mosso alcuni interrogativi. La disciplina si applicherà qualora almeno una delle due parti svolga professionalmente attività di intermediazione nel mercato dell’arte, o soltanto laddove sia il venditore a rivestire tale qualifica professionale[21]? In seguito alla modifica del considerando n. 18 (testo definitivo), che esclude dall’applicazione della disciplina soltanto le vendite “effettuate direttamente tra privati senza la partecipazione di un professionista del mercato dell’arte”, sembra doversi concludere per la prima soluzione. La norma, infatti, parla genericamente di partecipazione e non specifica se la vendita debba essersi conclusa “da o con” la partecipazione di un professionista del mercato dell’arte.
La professionalità si presume quando la vendita si sia conclusa presso una casa d’asta o da un commerciante di opere d’arte. La dottrina ha sottolineato che esistono però casi rispetto ai quali norma risulta di dubbia applicabilità: per esempio, rispetto a quei soggetti che acquistino e vendano opere lucrando sulla differenza, piuttosto che ai collezionisti. Come accertare la professionalità di questi soggetti[22]?
Il legislatore italiano non ha escluso i musei senza scopo di lucro e aperti al pubblico dal novero di soggetti obbligati a corrispondere i compensi; tuttavia, poiché la Direttiva lo consente, ha lasciato esenti da tale obbligo le gallerie d’arte e in generale tutti i venditori che abbiano acquistato direttamente dagli artisti, per quanto concerne le vendite effettuate entro tre anni dall’acquisizione dell’opera e per le vendite al di sotto dei 10.000 euro.
Con ciò il nostro legislatore ha mostrato sensibilità nei confronti soprattutto degli artisti emergenti – ai quali evidentemente si riferiva la Direttiva, specificando che tale possibilità di limitare il diritto non avrebbe dovuto in ogni caso estendersi alle vendite il cui prezzo superasse i 10.000 euro – , ai quali poter vendere direttamente al gallerista facilita notevolmente l’entrata nel mercato dell’arte. Pertanto, “alleggerire” gli oneri del gallerista, almeno in questi casi, significa aiutare anche gli autori, oltre a costituire una buona soluzione di bilanciamento degli interessi in gioco.
Per quanto concerne l’esclusione delle vendite concluse tra privati dalla tutela in oggetto, la scelta si spiega innanzitutto avuto riguardo all’impossibilità di controllare tali vendite; e, da un punto di vista sistematico, in quanto il diritto d’autore tollera che il titolare dei diritti non partecipi economicamente a quelle utilizzazioni che si sostituiscono concorrenzialmente allo sfruttamento esclusivo riservato.
Il testo originario dell’art. 146 l.d.a. prevedeva sul punto che le percentuali sul prezzo della prima vendita – pubblica – degli originali delle opere e dei manoscritti, posti a carico del venditore, erano dovuti soltanto se il prezzo di vendita fosse stato superiore a 0,52 euro per i disegni e le stampe; a 2,58 ero per le pitture e a 5,16 euro per le sculture.
Oggi, non distinguendosi più tra vendite pubbliche e vendite private, le condizioni alle quali si poteva esercitare il diritto di seguito rispetto alle vendite pubbliche sono state assorbite nel requisito generale, di cui al nuovo art. 150, ove si prevede il prezzo della vendita non sia stato inferiore a 3.000,00 euro.
L’art. 146 l.d.a., in attuazione dell’art. 7 della Direttiva[23], è stato sostituito come segue: “1. Il diritto di cui all’articolo 144 è riconosciuto anche agli autori e ai loro aventi causa di paesi non facenti parte dell’Unione europea, solo ove la legislazione di tali paesi preveda lo stesso diritto a favore degli autori che siano cittadini italiani e dei loro aventi causa. 2. Agli autori di paesi non facenti parte dell’Unione europea non in possesso della cittadinanza italiana, ma abitualmente residenti in Italia, è riservato lo stesso trattamento previsto dalla presente sezione per i cittadini italiani”.
In applicazione dei principi comunitari, il diritto è applicato a tutti i cittadini dell’Unione europea, mentre per i cittadini extracomunitari è riconosciuto a condizione di reciprocità. I cittadini extracomunitari abitualmente residenti in Italia, anche se non in possesso della nostra cittadinanza, riceveranno lo stesso trattamento dei cittadini italiani.
Il nuovo art. 146 l.d.a. è conforme al considerando 29 della Direttiva, che attribuisce agli Stati membri la facoltà di estendere il godimento del diritto agli autori stranieri con residenza abituale.
La norma è inoltre ora in linea con lo spirito del considerando n. 7 della Direttiva, nel quale il legislatore comunitario, nel prendere atto del processo di internazionalizzazione del mercato dell’arte moderna e contemporanea, aveva sottolineato l’importanza, da parte della Comunità europea, di avviare negoziati a livello internazionale per sancire l’obbligatorietà dell’art. 14 della Convenzione di Berna. Il disposto rispetta dunque l’intento del legislatore comunitario di eliminare gli ostacoli normativi alla commercializzazione “ad ampio raggio” delle opere d’arte.
I limiti alla possibilità di percepire il compenso (sia per le vendite pubbliche che per quelle private) sono ora previsti dal nuovo art. 150, che prevede quanto segue: “1. Il compenso previsto dall’articolo 144 è dovuto solo se il prezzo della vendita non è inferiore a 3.000,00 euro. 2. Fatto salvo quanto disposto dal comma 1, i compensi dovuti ai sensi dell’articolo 144 sono così determinati: a) 4 per cento per la parte del prezzo di vendita compresa tra 3.000,00 euro e 50.000,00 euro; b) 3 per cento per la parte del prezzo di vendita compresa tra euro 50.000,01 e 200.000,00 euro; c) 1 per cento per la parte del prezzo di vendita compresa tra euro 200.000,01 e 350.000,00 euro; d) 0,5 per cento per la parte del prezzo di vendita compresa tra euro 350.000,01 e 500.000,00 euro; e) 0,25 per cento per la parte del prezzo di vendita superiore a 500.000,00 euro. 3. L’importo totale del compenso non può essere comunque superiore a 12.500,00 euro”. Tale norma sostituisce i disposti prima contenuti agli articoli 147 (per le vendite tra privati), 146, 151 e 152 l.d.a. (per le vendite pubbliche).
Per le vendite tra privati, la norma precedente (art. 147 l.d.a.) prevedeva: “Se il prezzo dell’esemplare originale delle opere previste in questa sezione, conseguito in qualsiasi vendita, non considerata pubblica in questa legge, raggiunga euro 2,07 per i disegni e le stampe, euro 15,49 per le pitture, euro 20,66 per le sculture e superi il quintuplo del prezzo originario di alienazione, comunque effettuata, tale maggior valore è attribuito in misura del dieci per cento agli autori elle opere ed è a carico del venditore”. Tale disposizione è di fatto stata abbandonata.
Il nuovo art. 150 l.d.a. è conforme a quanto prescritto dalla Direttiva, che, al considerando n. 24, sottolinea l’importanza di “stabilire un sistema di percentuali decrescenti per fasce di prezzo onde contemperare i vari interessi in gioco nel mercato dell’arte. È importante ridurre i rischi di delocalizzazione delle vendite nonché di elusione della normativa comunitaria sul diritto sulle successive vendite di opere d’arte”.
Inoltre, è stato fedele il recepimento dell’art. 3 della norma comunitaria, laddove era previsto che il prezzo minimo di vendita al di sopra del quale le opere sono soggette al diritto di seguito non può in alcun caso superare i 3.000 euro.
Parte della dottrina ha affermato come probabilmente la scelta del legislatore comunitario di prevedere un meccanismo a tasso variabile, ispirato a un criterio spiccatamente decrescente, con una soglia massima a chiusura del sistema, è stata dettata dalla necessità di pervenire a un compromesso con i settori ostili al progetto. Tuttavia, questa scelta è suscettibile di ridurre drasticamente l’impatto pratico ed economico dell’intera normativa[24].
Occorre però sottolineare come il legislatore non abbia accolto la possibilità di stabilire soglie nazionali inferiori a quella minima comunitaria, al di sotto delle quali non applicare il diritto di seguito, per facilitare la promozione degli artisti emergenti: questi, infatti, potrebbero perdere importanti occasioni di vendita se “pretendessero” di avvalersi del diritto di seguito, con grave danno all’inizio della carriera. Tale possibilità di deroga è prevista al considerando n. 21 della Direttiva, che palesa la consapevolezza e la sensibilità del legislatore comunitario circa le ovvie difficoltà pratiche che un artista emergente può incontrare[25].
Inoltre, la Direttiva permette agli Stati membri, ai sensi dell’art. 4, comma 2, di applicare una percentuale del 5 % per le parti di prezzi di vendita fino a 50.000,00 euro; e stabilisce, al comma 3, quanto segue: “se il prezzo minimo di vendita è inferiore a 3.000 euro, lo Stato membro determina altresì la percentuale applicabile alla parte di prezzo di vendita fino all’importo di 3.000 euro; tale percentuale non può essere inferiore al 4%”.
Il legislatore italiano ha invece fissato la percentuale per le vendite tra i 3.000 e i 50.000 euro al 4% e ha optato per non scendere, nei minimi richiesti per poter usufruire del diritto di seguito, al di sotto dei 3.000 euro. Si può forse leggere in queste due scelte una certa attenzione per l’aspetto del bilanciamento tra gli interessi degli artisti e quello dei commercianti d’arte[26].
Si noti che la Direttiva ha opportunamente previsto l’aggiornamento periodico delle soglie. Al considerando n. 26 si legge, infatti: “È necessario prevedere la possibilità di un adeguamento periodico della soglia e delle percentuali. A tal fine è opportuno incaricare la Commissione di predisporre relazioni periodiche sull’effettiva applicazione del diritto sulle successive vendite di opere d’arte negli Stati membri nonché sulle conseguenze sul mercato dell’arte nella Comunità e di formulare eventualmente proposte per la modificazione della presente Direttiva”. L’art. 11 della Direttiva disciplina analiticamente le modalità di revisione[27].
Non è stato riproposto il comma 2 del vecchio art. 147 l.d.a., che tanto era stato criticato per gli evidenti problemi pratici che causava agli autori, i quali si traducevano addirittura nell’impossibilità pratica di esercitare il diritto di seguito: “Agli autori medesimi incombe la prova del prezzo raggiunto dall’esemplare e del concorso delle condizioni previste da questo articolo”. Questa sorta di probatio diabolica non incombe più sugli autori (si veda supra, circa i problemi applicativi della norma del 1941).
Sono stati sostituiti anche i successivi commi della norma in oggetto, che disponevano quanto segue: “3. La percentuale è ridotta del cinque per cento se il venditore provi a sua volta di avere acquistato l’esemplare ad un prezzo non inferiore alla metà di quello da lui realizzato. 4. Per la determinazione del maggior valore si applicano le disposizioni dell’art. 145. 5. Le disposizioni di questo articolo non si applicano alle opere anonime o pseudonime, salvo per queste ultime, quanto è disposto dall’art. 8 della presente legge”.
Sono stati sostituiti i criteri di quantificazione dei compensi per le vendite pubbliche, di cui ai vecchi artt. 151 e 152 l.d.a.[28] La modifica, sotto l’aspetto della quantificazione dei compensi, è di estremo rilievo.
La percentuale oggi dovuta agli autori è calcolata esclusivamente sul prezzo di vendita, non più sull’aumento del valore dell’opera rispetto al prezzo al quale fu alienata originariamente (sul quale prima ci si basava sia per le vendite tra privati – rispetto alle quali si richiedeva anche che l’aumento consistesse almeno nel quintuplo del prezzo originario! – , che per le vendite pubbliche successive alla prima). Il parametro è soltanto quello del prezzo delle vendite successive alla prima, siano esse tra privati o pubbliche. Ciò dovrebbe rendere finalmente effettivo il diritto di seguito, permettendo di superare tutte le difficoltà pratiche che il criterio dell’aumento del valore dell’opera, come è facile intuire, comportava.
Il nuovo art. 151, che recepisce correttamente l’art. 56 della Direttiva, specifica che “il prezzo della vendita, ai fini dell’applicazione delle percentuali di cui all’articolo 150, è calcolato al netto dell’imposta”.
L’art. 152 è stato invece sostituito dal seguente: “1. Il compenso di cui agli articoli 144 e 150 è a carico del venditore. 2. Fermo restando quanto disposto nel comma 1, l’obbligo di prelevare e di trattenere dal prezzo di vendita il compenso dovuto e di versarne, nel termine stabilito dal regolamento, il relativo importo alla Società italiana degli autori ed editori (SIAE), è a carico dei soggetti di cui all’articolo 144, comma 2. 3. Fino al momento in cui il versamento alla Società italiana degli autori ed editori (SIAE) non sia stato effettuato, i soggetti di cui al comma 2 sono costituiti depositari, ad ogni effetto di legge, delle somme prelevate. 4. I soggetti di cui al comma 2, intervenuti nella vendita quali acquirenti o intermediari, rispondono solidalmente con il venditore del pagamento del compenso da questi dovuto”.
Il disposto corrispondente era, nella norma previgente, nell’art. 153 l.d.a. Il legislatore ha innanzitutto desiderato affermare esplicitamente che il compenso è a carico del venditore: ciò senza più distinguere tra vendite pubbliche e private, in conformità all’impianto della nuova norma.
La Direttiva, al considerando n. 25, stabilisce che “debitore del compenso dovuto in forza del diritto sulle successive vendite di opere d’arte è in linea di principio il venditore”. Tuttavia, la Direttiva (art. 6, comma 2) ha accordato agli Stati membri la possibilità di prevedere deroghe a tale principio, possibilità di cui il legislatore italiano ha preferito non avvalersi .
L’obbligo di cui al comma 2 del nuovo art. 152 l.d.a. non consiste più soltanto nel “prelevare dal prezzo di vendita degli esemplari originali le percentuali dovute ai sensi degli articoli 144 e 145 e di versarne il relativo importo alla Società italiana Autori ed Editori, nel termine stabilito dal regolamento”[29]. La nuova norma prevede anche l’obbligo di trattenere dal prezzo di vendita il compenso dovuto.
I soggetti destinatari dell’obbligo non sono più limitati a coloro i quali legalmente abbiano presieduto alla vendita pubblica delle opere delle arti figurative contemplate dalla vecchia norma, bensì tutti i soggetti che operano professionalmente nel mercato dell’arte, come le case d’asta, le gallerie d’arte e, in generale, qualsiasi commerciante di opere d’arte, che intervengano nelle vendite successive alla prima, sia private che pubbliche, in qualità di venditori, acquirenti o intermediari.
È stata pertanto decisamente allargata la fascia di soggetti degli obblighi in esame.
Anche nel relativo disposto previgente era stabilito che, fino al momento in cui il versamento non fosse stato effettuato, chi avesse presieduto alla vendita sarebbe stato costituito depositario, ad ogni effetto di legge, delle somme prelevate. Tuttavia, in virtù del recepimento della Direttiva, ora tutti i soggetti di cui al comma 2 dell’art. 152 l.d.a., sono costituiti quali depositari.
È stato infine aggiunto il disposto di cui al comma 4 del nuovo art. 152 l.d.a., circa la responsabilità solidale, insieme al venditore, di tutti i soggetti di cui al comma 2, intervenuti nella vendita come acquirenti o intermediari, per il pagamento del compenso da questi dovuto: il che dovrebbe facilitare l’effettiva percezione di quest’ultimo da parte degli aventi diritto, in conformità alla “filosofia” generale della legge d’attuazione e della Direttiva.
Il previgente testo dell’art. 150 riguardava la trasmissione mortis causa del diritto nei confronti di coniuge, eredi legittimi, limitatamente ai tre gradi, secondo le norme del codice civile; e, in difetto di tali successori, all’Ente nazionale di assistenza e previdenza per pittori e scultori. La norma prevedeva inoltre che la durata del diritto di seguito sarebbe stata tutta la vita dell’autore e cinquanta anni dalla sua morte; e prescriveva l’inalienabilità ed irrinunciabilità preventiva del diritto. Le corrispondenti disposizioni si trovano ora agli artt. 147, 148 e 149, come novellati dal decreto di recepimento.
Il nuovo art. 147 contiene la regola del divieto di alienazione / rinuncia, anche preventiva, del diritto in esame, che pertanto è stata conservata: ciò in conformità al considerando n. 1 della Direttiva, che prevede l’incedibilità e l’inalienabilità del diritto di seguito, definito come diritto alla cointeressenza economica nelle vendite successive dell’originale dell’opera stessa; nonché all’art. 1, comma 1, della norma comunitaria.
La dottrina ha specificato che per quanto il diritto di seguito abbia contenuto patrimoniale, non può formare oggetto di alienazione per evitare che l’autore vi rinunci ignorando quello che potrebbe essere il valore, in futuro, della sua opera[30].
Il nuovo art. 148 così recita: « 1. Il diritto di cui all’articolo 144 dura per tutta la vita dell’autore e per settant’anni dopo la sua morte». La durata del diritto è stata dunque aumentata di ulteriori venti anni dalla morte dell’autore. Ciò è perfettamente conforme al considerando n. 17 della Direttiva [31] e all’art. 8, comma 1, ove si leggeva l’obbligo degli Stati membri di prevedere una durata corrispondente a quella di cui all’art. 1 della Direttiva 93/98/CE (ossia tutta la vita dell’autore e settant’anni dalla morte).
Per gli Stati nei quali non fosse ancora riconosciuto il diritto di seguito, la Direttiva, all’art. 8, comma 2, prevede la possibilità, fino al 1 gennaio 2010, di non applicare le disposizioni ivi contenute, offrendoo così modo a tali Paese di introdurre gradualmente tale diritto. Inoltre, per questi Stati membri la Direttiva, al comma 3 dell’art. 8, così recita: “Uno Stato membro al quale sia applicabile il paragrafo 2 può disporre di altri due anni al massimo, se necessario, per permettere agli operatori economici in detto Stato membro di adeguarsi gradualmente al sistema del diritto sulle successive vendite di opere d’arte mantenendo nel contempo la loro validità economica prima che sia tenuto ad applicare il diritto a favore degli aventi causa dell’artista dopo la sua morte. Almeno 12 mesi prima della fine del periodo di cui al paragrafo 2, lo Stato membro interessato comunica i propri motivi alla Commissione per permetterle, previe opportune consultazioni, di formulare un parere entro tre mesi dalla data di ricevimento di detta comunicazione. Se non si attiene a tale parere, lo Stato membro ne informa la Commissione entro un mese e giustifica la propria decisione. La notifica e la giustificazione dello Stato membro e il parere della Commissione sono pubblicati nella Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee e trasmesse al Parlamento Europeo”.
Il nuovo art. 149 regola la trasmissione mortis causa del diritto di seguito: “1. Il diritto di cui all’articolo 144 spetta dopo la morte dell’autore agli eredi, secondo le norme del codice civile; in difetto di successori entro il sesto grado, il diritto è devoluto all’Ente nazionale di previdenza e assistenza per i pittori e scultori, musicisti, scrittori ed autori drammatici (ENAP) per i propri fini istituzionali”.
È stato dunque ampliato il numero degli eredi legittimi ai quali può trasmettersi il diritto di seguito dopo la morte dell’autore, in quanto è stato abrogato la limitazione ai primi tre gradi. Oggi il diritto si può trasmettere agli eredi fino al sesto grado e solo in difetto di eredi entro tale grado questo si trasmette all’ENAP, con la specificazione che l’Ente deve farne uso per i propri fini istituzionali.
La Direttiva, al considerando n. 27, afferma la necessità di determinare i beneficiari del diritto di seguito, ma nel rispetto del principio di sussidiarietà e senza quindi intervenire indirettamente, con la norma comunitaria, sul diritto di successione nei vari Stati. Il legislatore italiano ha comunque scelto di specificare in modo puntuale i successori mortis causa del diritto in esame.
L’art. 155 l.d.a. è stato sostituito come segue: “1. Le disposizioni di cui alla presente Sezione si applicano anche alle opere anonime e pseudonime”. Per quanto riguarda tali opere, la normativa previgente non ne parlava affatto a proposito delle vendite pubbliche; mentre, circa le disposizioni sulle vendite private, queste non si applicavano alle opere anonime o pseudonime, in virtù dell’art. 145, comma 5. Decisamente opportuno, pertanto, appare l’intervento del legislatore.
Circa il sistema sanzionatorio, con la riforma è stato modificato l’art. 172 l.d.a., che ora così dispone: “[omissis]. 3. La violazione delle disposizioni di cui al comma 2 dell’articolo 152 e all’articolo 153 comporta la sospensione dell’attività professionale o commerciale da sei mesi ad un anno, nonché la sanzione amministrativa da 1.034,00 euro a 5.165,00 euro”.
La norma previgente, al comma 3, prevedeva, come sanzione per la violazione degli obblighi di cui agli artt. 153 e 154 (del vecchio testo), la pena dell’ammenda sino ad euro 1032,00.
È stata dunque depenalizzata la fattispecie del mancato adempimento agli obblighi di prelevare dal prezzo di vendita degli esemplari originali le percentuali relative al diritto di seguito, di versarne l’importo alla S.I.A.E. nel termine stabilito dal regolamento e di denunciare l’avvenuta vendita alla SIAE: ora questi comportamenti sono meri illeciti amministrativi. Tuttavia, l’importo della sanzione amministrativa è stato aumentato rispetto a quello dell’ammenda, da un minimo di 1034,00 sino ad un massimo di 5.165,00 euro.
Inoltre – e ciò, a livello pratico, è molto rilevante – è stata introdotta anche la sanzione della sospensione dell’attività commerciale o professionale da sei mesi ad un anno: il che potrebbe avere una maggiore efficacia deterrente nei confronti dei “mercanti d’arte”.

5. Il ruolo della S.I.A.E.
Oltre ai commi 2 e 3 dell’art. 152 l.d.a., il ruolo della S.I.A.E. nell’applicazione del diritto di seguito è definito anche dai successivi articoli.
L’art. 153 l.d.a. è stato sostituito come segue: “1. Le vendite delle opere e dei manoscritti di cui alla presente sezione, il cui prezzo minimo sia quello indicato al comma 1 dell’articolo 150, debbono essere denunciate, a cura del professionista intervenuto quale venditore acquirente o intermediario, mediante dichiarazione alla Società italiana degli autori ed editori (SIAE), nel termine e con le modalità stabilite nel regolamento. 2. Il soggetto di cui al comma 1 ha, altresì, l’obbligo di fornire alla Società italiana degli autori ed editori (SIAE), su richiesta di quest’ultima, per un periodo di tre anni successivi alla vendita, tutte le informazioni atte ad assicurare il pagamento dei compensi previsti dagli articoli precedenti, anche tramite l’esibizione della documentazione relativa alla vendita stessa.”.
Il disposto corrispondente della vecchia normativa (l’art. 154 l.d.a.) è stato modificato profondamente, in attuazione dell’art. 9 della Direttiva[32].
Innanzitutto, il nuovo art. 153 fa riferimento alle opere e dei manoscritti il cui prezzo minimo sia 3.000,00 euro. La norma previgente riguardava invece le opere d’arte che in una vendita pubblica – erano escluse le opere vendute tra privati – avessero raggiunto i prezzi minimi di cui al vecchio art. 146, ossia 0,52 euro per i disegni e le stampe, 2,58 euro per le pitture e 5,16 euro per le sculture.
Da un lato, quindi, non si distinguono più le vendite pubbliche da quelle private (sempre purché sia intervenuto un professionista del mercato d’arte) ed è cambiato il parametro per la quantificazione del compenso, che è solo il prezzo di vendita e mai la percentuale sul maggior valore acquisito dall’opera nel tempo; d’altro canto, però, i minimi dei prezzi di vendita, in presenza dei quali l’autore ha diritto al compenso e il professionista intervenuto nella vendita è obbligato ad adempiere a quanto prescritto dal nuovo art. 153, sono stati aumentati a 3.000,00 euro, cifra standard fissata a prescindere dal tipo di opera.
L’obbligo di cui all’art. 153, così come riformato, consiste nella denuncia alla SIAE delle vendite ad un prezzo minimo di 3.000,00 euro, mediante dichiarazione da effettuarsi nei termini e con le modalità stabilite dal regolamento[33].
Nella norma (il vecchio art. 154) non si specificava che la denuncia dovesse avvenite con le modalità e nei termini previsti dal regolamento.
Sono cambiati i soggetti destinatari dell’obbligo di cui al nuovo art. 153, che non corrispondono più a quanti abbiano legalmente presieduto alla vendita, ma sono individuati nei professionisti che siano intervenuti nella vendita quali venditori/intermediari.
È stato aggiunto ex novo il comma 4 dell’art. 153, il quale facilita alla SIAE, almeno per i tre anni successivi alla vendita, il compito di pagare gli autori, imponendo al venditore l’obbligo di fornire tutte le informazioni all’uopo necessarie, compresa l’esibizione dei documenti relativi alla vendita stessa. Anche questo disposto è frutto della consapevolezza dei problemi a livello pratico che la normativa previgente lasciava irrisolti e della volontà di rendere effettivo il diritto di seguito.
Inoltre la vecchia norma si limitava a stabilire, all’art. 154 l.d.a, che la S.I.A.E. avrebbe proceduto alla registrazione delle denunce da parte dei venditori nelle forme stabilite dal regolamento; e che l’eseguita registrazione faceva piena prova del prezzo raggiunto dall’opera, sino a querela di falso.
La nuova norma è molto più analitica nel descrivere il ruolo dell’ente. L’art. 154 l.d.a. così recita: “1. La Società italiana degli autori ed editori (SIAE) provvede, secondo quanto disposto dal regolamento, a comunicare agli aventi diritto l’avvenuta vendita e la percezione del compenso ed a rendere pubblico, anche tramite il proprio sito informatico istituzionale, per tutto il periodo di cui al comma 2, l’elenco degli aventi diritto che non abbiano ancora rivendicato il compenso. Provvede, altresì, al successivo pagamento del compenso al netto della provvigione, comprensiva delle spese, la cui misura è determinata con decreto del Ministro per i beni e le attività culturali, sentita la Società italiana degli autori ed editori (SIAE). Il decreto è sottoposto ad aggiornamento triennale. 2. Presso la Società italiana degli autori ed editori (SIAE) sono tenuti a disposizione i compensi di cui al comma 1, che non sia stato possibile versare agli aventi diritto, per un periodo di cinque anni, decorrente dalla data a decorrere dalla quale gli stessi sono divenuti esigibili secondo quanto disposto dal regolamento. Decorso tale periodo senza che sia intervenuta alcuna rivendicazione dei compensi, questi ultimi sono devoluti all’Ente nazionale di previdenza e assistenza per i pittori e scultori, musicisti scrittori ed autori drammatici (ENAP) per i propri fini istituzionali, con gli interessi legali dalla data di percezione delle somme fino a quella del pagamento al netto della provvigione di cui al comma 1”.
La nuova norma esplicita a chiare lettere che gli aventi diritto devono essere direttamente partecipi della sorte delle loro opere, provvedendo la S.I.A.E. a comunicar loro le avvenute vendite e la percezione del compenso.
In tal modo è possibile, per gli artisti, ottenere importantissime indicazioni sulle risposte del mercato nei confronti delle proprie opere, permettendo loro, per esempio, di capire se e in quali aree geografiche o a quali generi di soggetti queste piacciano maggiormente.
Occorre però precisare che la portata di questa modifica è più formale che sostanziale, in quanto, anche nel vigore della normativa precedente, l’art. 47 del regolamento di attuazione prevedeva l’obbligo della S.I.A.E. di notificare all’autore il versamento effettuato in sue mani. La nuova norma, del resto, fa esplicito riferimento al regolamento di attuazione nel prescrivere le modalità nelle quali deve avvenire la comunicazione agli aventi diritto dell’avvenuta vendita e della percezione del compenso.
Inoltre si tenga conto del fatto che la Direttiva, al considerando n. 30, prevede la possibilità per gli Stati membri di riconoscere, agli autori o ai loro mandatari, il diritto di ottenere tutte le informazioni necessarie direttamente presso i soggetti obbligati a versare i compensi. Aggiunge poi però che è possibile, per i Paesi che abbiano previsto la gestione collettiva dei diritti, prevedere che le società incaricate siano le sole autorizzate ad ottenere tali informazioni. Il legislatore italiano ha optato per la seconda soluzione, tacendo circa le ipotesi nelle quali gli artisti non decidano di avvalersi della S.I.A.E. per la gestione dei diritti.
Il fatto che la S.I.A.E. sia obbligata a rendere pubblico l’elenco dei soggetti che non abbiano ancora percepito il compenso, anche tramite il proprio sito istituzionale, costituisce invece una modifica sostanziale, grazie alla quale gli artisti saranno in condizione di tutelare più efficacemente i propri interessi.
Qualche perplessità desta invece il comma 2 dell’articolo in esame. Non c’è una precisa individuazione dei motivi per i quali sia “ammissibile” che la S.I.A.E. non versi i contributi per i cinque anni dalla data a decorrere dalla quale questi siano diventati esigibili (ai sensi del regolamento [34] d’attuazione). Ciò è abbastanza preoccupante, in quanto la norma prevede che, decorsi i cinque anni senza rivendicazioni da parte degli autori, i compensi vengano devoluti all’ENAP.
Infine è stato aggiunto all’art. 182-bis comma 1 l.d.a., dopo la lettera d-bis, la seguente “d-ter) sulle case d’asta, le gallerie e in genere qualsiasi soggetto che eserciti professionalmente il commercio di opere d’arte o di manoscritti”. Il ruolo di “controllore” attribuito all’ente e all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni dovrebbe finalmente garantire l’applicazione del diritto di seguito e la riscossione dei relativi proventi.
La Direttiva, al considerando n. 28, precisa essere facoltà degli Stati membri scegliere tra le modalità di gestione del diritto di seguito e che la gestione collettiva rappresenta solo una possibilità tra le altre. Inoltre, si sottolineava quanto segue: “gli Stati dovrebbero garantire che le società di gestione collettiva operino in maniera trasparente ed efficiente. Gli Stati membri sono inoltre tenuti a garantire la riscossione e la distribuzione delle somme raccolte a vantaggio degli autori cittadini di altri Stati membri. La presente Direttiva lascia impregiudicate le disposizioni adottate dagli Stati membri in materia di riscossione e di distribuzione”.
Nel sito dell’ente, all’indirizzo http://www.siae.it/OlafDDS.asp?-link_page=OLAFDDS_Main.htm&open_menu=yes, è possibile consultare una scheda informativa sul diritto di seguito (opere soggette al diritto, i soggetti obbligati alla dichiarazione e al pagamento, beneficiari, ecc.), mentre all’indirizzo http://www.siae.it/OlafDDS.asp?click_level=3400.02-00&link_page=OlafDDS_ServiziOnLine.htm#doc è possibile, per i soggetti obbligati che sottoscrivono l’accordo con la S.I.A.E., accedere all’area riservata online nel cui ambito è possibile la formazione e lo scambio di atti quali: la denuncia della vendita tramite dichiarazione (da parte dell’Operatore Professionale) ed il rilascio (da parte della S.I.A.E.) di apposito documento attestante l’avvenuto ricevimento della dichiarazione di vendita, completa dei dati necessari per consentire all’Ente di assolvere l’obbligo su di esso gravante ex lege di cui all’art. 154 L. 633/41. Nello stesso ambito web l’Operatore Professionale potrà svolgere attività complementari, quali per esempio: la visualizzazione dei dati relativi alla propria posizione, il numero di dichiarazioni effettuate, ecc.

Note:
1 Rosaria Romano, L’opera e l’esemplare nel diritto della proprietà intellettuale, CEDAM, 2001, pag. 69.
2 Fabiani, L’armonizzazione in Europa del diritto di seguito sulle opere d’arte figurativa, Dir. Aut, 2002, pag. 366.
3 Piola Caselli, Codice del diritto d’autore, UTET, 1943, pag. 609.
4 L’Italia ha ratificato la Convenzione di Berna nella sua ultima revisione con legge n. 399 del 20 giugno 1978.
5 A differenza, per esempio, di quanto accade per i fonogrammi o i videogrammi, rispetto alle quali è prevista la corresponsione di compensi agli aventi diritto commisurata al numero di copie private per uso personale effettuate dagli utilizzatori.
6 E non immediatamente a un numero indeterminato di fruitori, come invece avviene per esempio quando viene pubblicato il fonogramma o il videogramma.
7 Con gli odierni mezzi di riproduzione digitale anche l’opera dell’arte figurativa può in realtà “circolare” in altri formati – come per quanto accade con le fotografie illecitamente scattate e poi riprodotte, per esempio, in Internet – , ma la qualità di godimento che se ne può trarre è poi certamente inferiore, a differenza di quanto accade per l’illecita riproduzione di opere, per esempio, musicali: ciò sia per motivi spesso qualitativi, che perché comunque l’opera dell’arte figurativa è molto più intrinsecamente legata al proprio supporto che non altri generi di opere d’arte.
8 Fabiani, op. cit., pag. 363.
9 Desbois, Le droit d’auteur en France, 1978, Dalloz, Paris, 335; Hubmann e Rehbinder, Urheber-und Verlagsrecht, C.H. Beck, Munchen, 1991, 155; Katzenberger, Harmonisierung des Folgerechts in Europa, GRUR int., 1997, 309.
10 Come quello italiano prima dell’attuazione, circa il quale si veda infra: occorre precisare che l’Italia era l’unico Stato europeo ad aver mantenuto tale sistema.
11 Con ciò si poteva sì pensare a giustificare l’esistenza di tale diritto ricorrendo alla teoria dell’arricchimento ingiustificato.
12 Sul punto, si veda Romano, op. cit., pag. 75 e ss.
13 Il testo del decreto è pubblicato a pag. 95 di questa Rivista.
14 “1. Ai fini della presente direttiva, si intendono per opere d’arte gli originali delle opere delle arti figurative, come, ad esempio, “i quadri, i collages, i dipinti, i disegni, le incisioni, le stampe, le litografie, le sculture, gli arazzi, le ceramiche, le opere in vetro e le fotografie, nonché gli originali dei manoscritti, purché si tratti di creazioni eseguite dall’autore stesso o di esemplari considerati come opere d‘arte e originali”.
2. Le copie di opere d’arte contemplate dalla presente direttiva, prodotte in numero limitato dall’autore stesso o sotto la sua autorità, sono considerate come originali ai fini della presente direttiva. Tali copie sono abitualmente numerate, firmate o altrimenti debitamente autorizzate dall’artista”.
15 Romano, op. cit., pag. 83.
16 Romano, op. cit., pag. 84.
17 Fabiani, op. cit., pag. 370.
18 Doutrelepont, Le droit e l’object de l’art: le droit de suite des artistes plasticiens dans l’Union europeenne, Bruylant, Bruxelles, 1996, pag. 40.
19 Romano, op. cit., pag. 86. Nella prima versione della proposta di direttiva, la Commissione aveva proposto di risolvere il problema rinviando “agli usi della professione nella Comunità”. Il riferimento è stato però successivamente eliminato.
20 “2. Il diritto di cui al paragrafo 1 si applica a tutte le vendite successive che comportano l’intervento, in qualità di venditori, acquirenti o intermediari, di professionisti del mercato dell’arte, come le case d’asta, le gallerie d’arte e, in generale, qualsiasi commerciante di opere d’arte.”
21 Romano, op. cit., pag. 88.
22 Romano, op. cit., pag. 92.
23 “1. Gli Stati membri provvedono affinché gli autori cittadini di paesi terzi e, fatto salvo l’articolo 8, paragrafo 2, i loro aventi causa beneficino dle diritto sulle successive vendite di opere d’arte conformemente alla presente direttiva ed alla legislazione dle paese dell’autore o dell’avente causa consenta la protezione del diritto sulle successive vendite diopere d’arte in quel paese per gli autori degli Stati membri e i loro aventi causa.
2. Sulla scorta delle informazioni fornite dagli Stati membri, la Commissione pubblica quanto prima un elenco indicativo dei paesi terzi che soddisfano le condizioni stabilite al paragrafo1. Tale elenco è aggiornato.
3. Ciascuno Stato membro può riservare agli autori che non hanno la cittadinanza di tale Stato membro ma che vi risiedono abitualmente lo stesso trattamento riservato ai propri cittadini, ai fini della tutela del diritto sulle successive vendite di opere d’arte.”.
24 Ferrario, Il diritto sulle successive vendite dell’originale di un’opera d’arte figurativa nella legge italiana e nella direttiva 84/2001/CE, Dir. Ind., 2004, 2, 194 e ss.
25 “La non applicazione del diritto sulle successive vendite di opere d’arte al di sotto della soglia minima può concorrere ad evitare spese di riscossione e di gestione sproporzionate rispetto al beneficio ottenuto dall’artista. Conformemente al principio di sussidiarietà, è tuttavia opportuno riconoscere agli Stati membri la facoltà di stabilire soglie nazionali inferiori a quella comunitaria, per la promozione dei giovani artisti. Data l’esiguità degli importi, tale deroga non è in grado di produrre effetti negativi sul funzionamento del mercato interno.”
26 Interessi che nella realtà non sono poi così contrapposti come potrebbero sembrare.
27 “1. La Commissione sottopone al Parlamento europeo, al Consiglio e al Comitato economico e sociale, entro il 10 gennaio 2009 e successivamente ogni quattro anni, una relazione sull’applicazione e sugli effetti della presente direttiva, prestando particolare attenzione alla competitività del mercato dell’arte moderna e contemporanea nella Comunità, in particolare per quanto riguarda la posizione della Comunità in relazione a mercati rilevanti che non applicano il diritto sulle successive vendite di opere d’arte e alla promozione della creazione artistica, nonché le modalità di gestione vigenti negli Stati membri. La relazione passa in rassegna, in particolare, le conseguenze della direttiva sul mercato interno e gli effetti dell’introduzione del diritto negli Stati membri la cui legislazione nazionale non lo preveda fino all’entrata in vigore della presente direttiva. Se del caso, la Commissione presenta proposte per adeguare la soglia e le percentuali relative al diritto sulle successive vendite di opere d’arte all’evoluzione della situazione nel settore, proposte relative all’importo massimo di cui all’articolo 4, paragrafo 1, nonché qualsiasi altra proposta da essa ritenuta necessaria per accrescere l’efficacia della presente direttiva.
2. È istituito un comitato di contatto, composto da rappresentanti delle autorità competenti degli Stati membri e presieduto da un rappresentante della Commissione. Esso si riunisce su iniziativa del Presidente o su richiesta della delegazione di uno Stato membro.
3. I compiti del comitato sono i seguenti:
– organizzare le consultazioni su tutte le questioni derivanti dall’applicazione della presente direttiva;
– agevolare lo scambio di informazioni tra la Commissione e gli Stati membri sui pertinenti sviluppi del mercato dell’arte nella Comunità.”
28 L’art. 151 così stabiliva: “La percentuale dovuta sul prezzo della prima vendita pubblica a termini dell’art. 144 è fissata nella misura dell’uno per cento sino alla somma cdi 25,82 euro, del due per cento per la somma eccedente tale prezzo e sino a euro 51,64, e del cinque per cento per l’eccedenza ulteriore di prezzo”.
L’art. 152 fissava invece le percentuali sul maggior valore dell’opera da corrispondere all’autore:
2% per aumenti di valore non eccedenti euro 5,16
3% per aumenti di valore superiori a euro 5,16
4% per aumenti di valore superiori a euro 15,49
5% per aumenti di valore superiori a euro 25,82
6% per aumenti di valore superiori a euro 38,73
7% per aumenti di valore superiori a euro 51,64
8% per aumenti di valore superiori a euro 64,56
9% per aumenti di valore superiori a euro 77,47
10 % per aumenti di valore superiori a euro 90,38.
29 Ossia 15 giorni dall’aggiudicazione (per le vendite pubbliche), ai sensi dell’art. 47 del regio decreto 18 maggio 1942, n. 1369.
30 Fabiani, op. cit., pAg. 365.
31 “Secondo la direttiva 93/98/CEE del Consiglio, del 29 ottobre 1993, concernente l’armonizzazione della durata di protezione del dirtto di autore e di taluni diritti connessi, il diritto d’autore ha una durata di settant’anni post mortem auctoris. Il diritto sulle successive vendite di opere d’arte dovrebbe avere la stessa durata [omissis]”.
32 “Gli Stati membri dispongono che, per tre anni dalla vendita, le persone legittimate ai sensi dell’articolo 6 [tra cui gli enti incaricati della gestione collettiva dei diritti] possano esigere da qualsiasi professionista del mercato dell’arte di cui all’art. 1, paragrafo 2, tutte le informazioni necessarie ad assicurare il pagamento dei compensi relativi al diritto sulle successive vendite di opere d’arte”.
33 Si riportano le norme del regolamento d’attuazione della l.d.a., che il recepimento della direttiva non ha modificato:
Art. 44
La denuncia delle opere d’arte, che in una vendita pubblica abbiano raggiunto il prezzo di aggiudicazione, indicato nell’art. 146 della legge, si effettua mediante dichiarazione presentata per ciascuna opera, in duplice originale, alla SIAE da chi legalmente presiede alla vendita pubblica, entro il termine di quindici giorni dall’aggiudicazione, secondo le norme contenute nell’articolo seguente.
Art. 45
1. La dichiarazione prevista nell’articolo precedente deve contenere i seguenti elementi, qualora essi siano indicati nell’esemplare dell’opera o siano, comunque, a conoscenza del dichiarante:
1 – nome dell’autore;
2 – titolo dell’opera;
3 – genere artistico a cui appartiene l’opera (pittura, scultura, disegno, stampa;
4 – data di creazione.
2. La dichiarazione deve anche contenere le misure dell’esemplare dell’opera, il prezzo lordo da esso raggiunto nella vendita pubblica, il nome e il domicilio del venditore, una succinta descrizione dell’opera e ogni altro elemento necessario per la sua individuazione. Essa puo’ essere accompagnata da fotografie dell’opera dichiarata o da altra documentazione, atta a meglio individuarla.
3. Qualora si tratti di acqueforti, litografie, xilografie o simili dovrà essere indicato se l’opera abbia o meno dei segni distintivi particolari (numero di stampa, data, firma, ecc.).
4. Se l’opera è pseudonima o anonima deve farsene menzione nella dichiarazione.
Art. 46
1. La SIAE registra in apposito registro progressivo il contenuto della dichiarazione prevista dagli artt. 44 e 45 di questo regolamento, restituisce al dichiarante un originale della dichiarazione stessa, con l’indicazione del giorno di presentazione e del numero d’ordine assegnatole nel registro e custodisce negli archivi, in appositi volumi, le fotografie e gli altri documenti che l’accompagnano.
2. La SIAE comunica ogni quindici giorni all’Ufficio della proprietà letteraria, artistica e scientifica l’elenco delle opere registrate, perché ne sia data pubblica notizia nel bollettino dell’ufficio.
3. La SIAE tiene a disposizione del pubblico copia dell’elenco delle opere registrate.
Art. 47
1. L’importo delle percentuali dovute ai sensi degli artt. 144 e 145 della legge, è versato alla SIAE da chi legalmente presiede alla vendita pubblica, entro il termine di quindici giorni dall’aggiudicazione. L’importo è accompagnato da una dichiarazione, in doppio originale, contenente le indicazioni prescritte nell’art. 45 di questo regolamento, nonché il numero d’ordine assegnato all’opera nel registro, qualora si tratti di opera che risulti già registrata a termini dell’art. 154 della legge e dell’art. 46 di questo regolamento.
2. La SIAE trascrive nel registro contemplato nell’art. 46 di questo regolamento il contenuto della dichiarazione, restituendo all’interessato il secondo esemplare, certificato in calce il versamento effettuato. Notifica quindi il versamento effettuato in sue mani dall’autore, nonchè al Presidente del Consiglio dei Ministri per la pubblicazione della notifica nel bollettino dell’Ufficio della proprietà letteraria, artistica e scientifica.
3. Trascorso un mese dalla pubblicazione suddetta, senza che sia intervenuta opposizione, la SIAE versa all’avente il diritto le somme dovute, detratto il compenso che le spetta per il servizio di registrazione, di deposito e di ripartizione delle somme suddette.
4. Qualora si tratti di opere anonime o pseudonime, dà soltanto comunicazione al Presidente del Consiglio dei Ministri del versamento eseguito in sue mani.
Art. 48
ll compenso dovuto alla SIAE ai sensi dell’articolo che precede, è periodicamente concordato fra la SIAE e il sindacato nazionale delle belle arti. In caso di disaccordo è fissato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.
34 Ossia trascorso un mese dalla pubblicazione nel bollettino dell’ufficio della proprietà letteraria, artistica e scientifica, da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri, della notifica del versamento effettuato dai soggetti obbligati presso la SIAE; notifica effettuata dalla SIAE, non solo nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri ma anche dell’autore. (art. 47 r.d. 18 maggio 1942, n. 1369).

About Giovanni d'Ammassa

Avvocato con studio in Milano dal 1997, coltiva sin dall'Università lo studio e l’insegnamento del diritto d’autore. Fonda Diritttodautore.it nel 1999. Appassionato chitarrista e runner.