Giorgia Crimi

Avvocato, opera nel settore musica e media, collabora con lo Studio legale d'Ammassa & Partners. Legal coach per artisti, cantante jazz, compositrice e autrice musicale.

Snippet vietati in Germania: la Corte di giustizia europea dà ragione a Google

La legge tedesca che nel 2013 aveva accolto le istanze degli editori di testate giornalistiche, bandendo gli snippet è stata dichiarata illegittima appena qualche giorno fa dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Prima di promulgarla infatti, il Governo tedesco avrebbe dovuto comunicarla alla Commissione europea per farne verificare la compatibilità con le regole del mercato interno.

Gli snippet sono quei frammenti di testi (articoli di giornale, libri, etc.) che sono molto importanti per l’indicizzazione dei documenti sul web, contenendo le parole chiave che servono ad essere raggiunti sui motori di ricerca e che hanno altresì un valore di anticipazione dei contenuti, finalizzato a invitare l’utente all’azione di cliccare sul relativo link.

Normalmente sono brevi riassunti che di fatto vengono messi on line senza una previa autorizzazione dell’avente diritto, motivo per cui sono stati fortemente contestati soprattutto dagli editori di giornali.

Si è sostenuto (ed è tuttora oggetto di dibattito anche in Italia) che la diffusione di questi contenuti, soprattutto da parte di grossi motori di ricerca (in primis, Google News, un sito di informazione automatica che peraltro guadagna proventi dalla pubblicazione di annunci pubblicitari), distolga i clienti dall’acquisto successivo dei giornali (in particolare), perché sufficiente a soddisfare in breve il bisogno di notizie aggiornate del lettore.

Il pubblico di utenti degli articoli “completi” (e dei giornali) resterebbe quindi confinato ai soli lettori che vogliano approfondire il singolo argomento, con riduzione quindi della domanda delle pubblicazioni (cartacee o on line) e perdita per gli editori.

Occorre peraltro ricordare che la Direttiva Copyright n. 2019/790 di recente approvazione ha lasciato liberi gli snippet, seppure abbia previsto all’art 15 l’obbligo degli internet provider di riconoscere ad editori e giornalisti un equo compenso per i contenuti utilizzati.

L’art 15 infatti riguarda gli aggregatori di notizie (ad es. google news) i quali saranno tenuti a stipulare accordi di licenza con gli editori, affinché parte dei proventi da questi ultimi percepiti per l’utilizzo delle pubblicazioni di carattere giornalistico vada anche agli autori.

Orbene, la Corte parte dal presupposto che la norma che vieta ai motori di ricerca o altri utilizzatori commerciali che analogamente sviluppano contenuti editoriali l’accesso ai prodotti editoriali o loro parti ha come finalità e come obiettivo specifici quello di regolamentare in maniera esplicita e mirata i servizi della società dell’informazione, rientranti nella disciplina dell’articolo 1, punto 2, della direttiva 98/34.

Quelle introdotte in Germania costituiscono propriamente “regole tecnichein materia di proprietà intellettuale, che non sono espressamente esclusa dall’ambito di applicazione dell’articolo 1, punto 5, della direttiva 98/34 e che anzi secondo l’orientamento costante della Corte (sentenza dell’8 novembre 2007, Schwibbert (C‑20/05, EU:C:2007:652) sono soggette a notifica ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 1, della citata direttiva.

Pertanto, “l’inapplicabilità di una regola tecnica nazionale che non è stata notificata conformemente a tale disposizione può essere invocata in una controversia tra singoli (sentenza del 27 ottobre 2016, James Elliott Construction, C‑613/14, EU:C:2016:821, punto 64 e giurisprudenza ivi citata)” ha sostenuto la Corte.

La Corte ha quindi rinviato al Tribunale nazionale dichiarando il principio della necessaria previa notifica della regola nazionale alla Commissione europea ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 1, primo comma della direttiva 98/34, come modificata dalla direttiva 98/48, pena l’inapplicabilità della norma stessa.

Ne consegue quindi che i giudizi avviati in Germania avverso (in primis) Google News verranno travolti, stante l’inapplicabilità del divieto di snippet.
Di fatto, Google ha già vinto.

Leggi il testo della sentenza. 

#direttiva #societàdellinformazione #divieto #googlenews #snippet

 

Pirateria e “pezzotto”: l’operazione “Ecclisse” porta al sequestro di altri internet provider illegali

A pochi giorni da “Free Football“, che aveva portato al sequestro di 114 internet provider che trasmettevano illegalmente materiali protetti (film, serie tv, etc.), arriva “Ecclisse”, la nuova operazione antiperateria condotta in contemporanea su 5 Paesi.

I numeri sono notevoli: 100 i militari della Guardia di Finanza del Nucleo Speciale Frodi Tecnologiche coinvolti, 5 milioni solo in Italia gli utenti “abbonati” ed oltre 700 mila che erano online nel momento in cui è scattato il sequestro.

Grazie a questa piattaforma Xtream Codes, il pubblico di “abbonati” riusciva a conquistare la visione dei più popolari canali tematici quali Sky, Dazn, Netflix, Infinity al costo di soli 15,00 € al mese.

Gli utenti si servivano del “pezzotto”, una scatoletta collegata alla tv che al pari di un normale decoder consentiva appunto la visione illegale di programmi.

Inoltre ad un costo leggermente superiore, era possibile scaricare un particolare software e rivendere a terzi la “licenza” acquisita, creando quindi di fatto una subcatena di “pusherdi contenuti illegali.

Le autorità fanno sapere che grazie alla possibilità di rintracciare gli utenti mediante i dati di pagamento, gli stessi rischiano multe salate, oltre al carcere.

Certamente se ciò avverrà, sarà una misura esemplare, ma forse oltre all’applicazione reale delle pene, servirebbe maggiore educazione, partendo dal basso, dalle scuole, per inculcare sin da giovani il concetto di rispetto dell’opera creativa altrui.

Per saperne di più: link. 
#pirateria #dirittoautore #copyright #pezzotto #provider #tv

 

Il copyright della Scala dei Turchi e lo stupore dei selfie addicted

No, non è una bufala: l’incantevole falesia bianca della Scala dei Turchi, in provincia di Agrigento, che si erge a picco sul mare, sempre più ambita meta di turisti siciliani e non, è di proprietà privata ed appartiene al Sig. Ferdinando Sciabbarrà, le carte del catasto di Realmonte “cantano”.

Già da anni il Comune cerca di trovare una soluzione per risolvere una così macroscopica “sbavatura” tecnica del sistema che lascia un bene così prezioso di pubblica attrattiva in mano ad un privato, con tutto ciò che ne può conseguire (es. apposizione di limiti alla fruizione, deperimento, etc.).

La preoccupazione più grande attiene infatti agli eventuali interventi di manutenzione, nonché la gestione di un traffico di presenze sempre più elevato al fine di salvaguardare il bene da eventuali danneggiamenti, vieppiù che è diventato un fiore all’occhiello della zona.

Ad oggi pare che si stia discutendo di un accordo che dovrebbe trasferire la proprietà del bene totalmente al Municipio, mentre al privato resterebbe il 70% dei diritti d’immagine della Scala dei Turchi (il 30% sarebbe di proprietà pubblica).

La famiglia Sciabarrà ha peraltro creato e depositato un proprio brand “Scala dei Turchi” che gli dà diritto ad ottenere il pagamento delle royalties per ogni uso commerciale dell’immagine e del nome dell’area.

D’ora in poi quindi saranno inibite le foto scattate dalle barche che ormeggiano in prossimità della scogliera, pena il pagamento di una royalty al titolare del “copyright”?

Inutile dire che l’argomento oltre a preoccupare i selfie addicted, è già campo di scontro tra i politici locali, probabilmente più propensi ad una misura secca di esproprio, senza passare dal via.
Ma è davvero legittimo scandalizzarsi di fronte ad un siffatto tipo di accordo?

Per capire meglio la questione, occorre specificare che non è in discussione un qualsiasi bene privato, né tanto meno, a parere della scrivente, si può fare appello al concetto di opera dell’arte, anche semplicemente perché autore della Scala dei Turchi non è un architetto o un designer, ma Madre Natura.

Si deve quindi, ad avviso della scrivente, fare appello al codice dei beni culturali (DLGS 42/2004) secondo cui quando in un bene di proprietà privata sia riconosciuto sussistente un interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico tale da poterlo classificare come bene di interesse culturale, possa essere adottato un regime di valorizzazione che passi per il tramite di accordi privato ed ente pubblico (art. 112 DLGS 42/2004).


Nessuno scandalo quindi se il legittimo proprietario, data l’importanza del bene e le accresciute quotazioni di popolarità, è in grado di conquistare una percentuale così alta dei proventi.


In ogni caso, soggetti al pagamento di una royalty saranno solo i fotografi professionisti, che utilizzino per fini commerciali le immagini, mentre è il privato è libero di girare video e scattare tutte le foto e selfie che voglia, se per uso personale.
Esatto, “se per uso personale”.

Ovvero, se la foto è destinata ad un album o alla memoria del proprio computer o smartphone il privato non ha preclusioni, ma lo scenario cambia se si esce dall’uso personale.

Si, perché fuoriesce dall’uso personale la pubblicazione delle foto personali su Facebook (o altri social network) in quanto gli stessi oltre a far sottoscrivere agli utenti una dichiarazione di titolarità dei diritti sui contenuti pubblicati (e il titolare dei diritti sulla Scala dei Turchi è indubbiamente ad oggi solo e soltanto il Sig. Sciabarrà), gli stessi acquisiscono dagli utenti preventivamente, all’atto della registrazione alla piattaforma, una sorta di licenza sulle immagini, tale per cui le stesse in astratto potrebbero essere riutilizzate.

Quindi, d’ora in poi attenzione al copyright del Sig. Sciabbarrà sulla Scala dei Turchi e a leggere bene le condizioni di accesso ai social network!

Per saperne di più: link.
#fotografia #selfie #benediinteresseculturale #scaladeiturchi #copyright #licenza #royalty #dirittoautore #architettura #operadarte

 

James Bond, le fotografie “rubate” del set e le polemiche dei follower

La notizia appare su blog.screenweek.it, non c’è traccia sulla stampa “ufficiale” e la accogliamo, quindi, più come un gossip, seppur verosimile, che offre interessanti spunti di riflessione.

Pare infatti che sia scoppiata una polemica su Twitter, colpevole di avere eliminato, su richiesta di MGM, tutte le foto scattate dai fan sul set del nuovo episodio della saga di James Bond, girato a Matera.

Riprese che sono ancora in corso, tanto che i Sassi di Matera sono stati destinatari di un intenso piano di chiusure e divieti di sosta con rimozione coatta, necessari a liberare le aree per il set, a cui si è appunto aggiunta la rimozione “forzata” delle fotografie scattate dai fan.

Questi nel caso di specie pare abbiano lamentato l’illiceità dell’oscuramento delle immagini pubblicate richiesto ed ottenuto da MGM, sostenendo che trattandosi di luogo pubblico, non potessero essere censurate le foto scattate.

Ma è veramente così? Ovvero, purché ci si trovi in luogo pubblico, si può fotografare e pubblicare gli scatti che ritraggano luoghi e/o persone senza alcuna limitazione e/o richiesta di autorizzazione?

E’ noto che a partire dalla diffusione degli smartphone e del venir meno del costo di stampa (pratica quasi caduta in disuso) è proliferata in modo quasi maniacale la tendenza a fotografare di tutto.

Del pari, grazie ai vari social web che stimolano alla condivisione di contenuti (qualunque essi siano) si è sviluppato l’incontenibile desiderio di pubblicare le fotografie scattate “gratis” grazie agli smartphone sui vari profili e siti web, di tal che quasi tutti sono soggetti ad una costante tensione di rispondere alla (inesistente?!) domanda di conoscenza altrui delle abitudini individuali, soddisfacendo così una (improbabile?!) ansia degli altri di assistere a spazi di vita ancorché privatissimi, possibilmente in diretta (fb e instgram insegnano!).

E che sarà mai se scatto e pubblico costantemente i miei selfie? E magari con me sono ritratti degli amici, tutti in costume, a mare! Si, anche con mogli e figli, che male c’è?!
Al massimo è un alimento per un innocuo voyeurismo digitale, no?!

Ma non si starà esagerando nel ritenere che il web e le moderne tecnologie rendano tutto lecito, al pari di quanto ogni cosa sia semplice?
Pur senza pretesa di esaustività, forse la questione è un po’ più complessa.

Innanzitutto (forse molti non lo sanno) c’è una normativa molto stringente per quel che riguarda i minori, a partire dal divieto di pubblicarne immagini senza il consenso di entrambi i genitori; si consideri poi che stante la diffusione del fenomeno di furto di immagini di bambini per l’impiego a fini pedopornografici buon senso porterebbe ad esimersi dal pubblicare immagini dei bambini, comunque.

A ben guardare, poi, per quanto riguarda la categoria dei “maggiorenni”, codice civile e legge sul diritto d’autore prevedono che ciascuna persona abbia il diritto di tutelare il proprio ritratto che quindi, senza consenso, non può essere pubblicato, salvo la ricorrenza di scopi didattici, scientifici, culturali, etc., finalità che è discutibile sussistano nella mera condivisione degli scatti sui social network che tutti conoscono.

Ancora, la pubblicazione di un’immagine ritraente un soggetto in una specifica posa potrebbe essere in concreto lesiva del decoro del medesimo, ad esempio in funzione del suo ruolo sociale, circostanza che restringe ancora di più la portata dell’eccezione sopra indicata.

Per quel che riguarda poi le fotografie di luoghi pubblici ne è lecita la pubblicazione, ma con specifiche limitazioni; lecita se ricorre uno scopo di discussione, critica, illecita se la finalità è commerciale, circostanza non per tutti ovvia. E’ quanto stabilisce il codice dei beni culturali.

Senza parlare delle opere dell’architettura (es. il palazzo cosiddetto “bosco verticale” milanese) che non possono essere ritratte, né le fotografie esposte senza il consenso dell’autore-architetto, circostanza anche questa non banale e forse sconosciuta ai più.

La questione quindi non appare più così lineare come sembrava all’inizio di questa breve trattazione.
Occorre poi tenere presente, nel caso di specie, che il personaggio di James Bond è sicuramente tutelato anche come marchio, il che limita la libera fruizione dei beni contrassegnati con il segno registrato.

A voler giustificare per altro verso la polemica dei follower che hanno protestato su Twitter, si potrebbe ricorrere forse all’ultimo paragrafo dell’art 97 LDA, quando prescrive che a causa della notorietà del soggetto ritratto, in presenza di “fatti… di interesse pubblico o svoltisi in pubblico” non sia necessario il consenso.

Ma siamo sicuri che la produzione non avesse applicato tutti gli accorgimenti necessari a “schermare” le riprese per proteggere l’effetto sorpresa del film, di tal che non si possa dire ricorresse propriamente un “fatto” pubblico?

E poi la finzione scenica oggetto degli scatti rubati in parola, che naturalisticamente appartiene alla realtà materiale, ma è espressione di qualcosa che accade nella fantasia dell’autore espressa in una sceneggiatura (soggetta a propria volta alla normativa sul diritto d’autore), può dirsi davvero “fatto” nel senso della norma presa in considerazione con le conseguenze ivi previste?

Tutto questo certamente spaventa il comune internauta social addicted e forse un po’ più di formazione sulle regole non sarebbe male, considerando che la società è sempre più immersa nella tecnologia.

Ma una cosa è certa: nonostante i dubbi, le polemiche (e gli svariati infortuni che pare si verifichino puntualmente agli stuntman ad ogni nuovo episodio della serie) James Bond non perderà mai il suo fascino!

Per approfondimenti: link. 

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Pirateria: chiusi 114 siti che trasmettevano illegalmente film, serie tv ed eventi sportivi

La Guardia di finanza di Brescia, nell’ambito dell’operazione soprannominata “Free Football“, coordinata dalla Procura di Roma, su richiesta del Gip di Brescia, ha proceduto a notificare un decreto di sequestro preventivo nei confronti di 114 server provider.

Questi siti operavano nell’ambito della diffusione illecita di contenuti protetti dal diritto d’autore.
L’offerta di contenuti era organizzata puntualmente con una programmazione e un palinsesto, sia in streaming live (ovvero in diretta) che in modalità on demand (ovvero a richiesta dell’utente).

Ci si chiede: ma dov’è l’errore?!
Non si può dire che oggi i costi siano proibitivi, anzi.
L’offerta di contenuti (serie tv, film, programmi, etc.) da parte di sempre nuove piattaforme “legali” (Netflix, Infinity, Prime Video, per citarne alcune, oltre a quelle “in chiaro” come Raiplay e Mediasetplay) è cresciuta in modo esponenziale, proporzionalmente al decremento dei costi di abbonamento.

Quindi, l’insistenza nella fruizione di contenuti pirata, ci si chiede, risiede nell’ignoranza delle norme e/o mancata percezione dell’illiceità di queste pratiche o si tratta piuttosto del gusto di “trasgredire” le regole che sembra più pervasiva?

Bisognerebbe informare di più il pubblico di utenti anche della circostanza che questi fenomeni sono legati alla malavita e al riciclaggio.
La questione è aperta.

Per informazioni, vai al link. 


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Chiude TNT Village, la piattaforma per la condivisione “etica” di contenuti protetti da copyright

Il fondatore di TNT Village, Luigi Di Liberto, il “pirata”, si è finalmente “arreso”.
Dopo l’ultimo scontro legale con alcuni dei maggiori editori e associazioni di editori, è stata disposta la chiusura di TNT Village, la piattaforma che dal 2004 consentiva la libera condivisione di materiale protetto (musica, film, libri, etc.).

I “pirati etici”, come “orgogliosamente” si autoproclamavano Di Liberto e i soci, intendevano con il loro progetto sostenere lo scambio culturale e la diffusione di conoscenze, rispetto a cui, a loro avviso, l’obsolescenza della normativa sul diritto d’autore costituisce un ostacolo eccessivo.

Nell’ottica di un sistema aperto e libero da vincoli, gli stessi avevano quindi realizzato una piattaforma che basandosi sulla tecnologia BitTorrent, consentiva la fruizione di materiale protetto, ma pare anche di materiale editoriale non più in commercio, promuovendo dunque lo scambio di opere gli utenti (più di un milione di iscritti).

Di Liberto era stato di recente anche intervistato dalle Iene .
Orbene, è pur vero che la diffusione delle conoscenze e la promozione della cultura siano obiettivi eticamente validi, ma del pari il progetto TNT Village, i suoi fruitori e tutti gli utenti che probabilmente oggi lamentano e contestano la chiusura del provider dimenticano che le stesse finalità sono quelle su cui si fonda la normativa in tema di diritto d’autore.

La normativa sul diritto d’autore si basa infatti su un bilanciamento: l’autore (e l’editore, ove presente, come strumento di promozione delle opere) ha il diritto di autorizzare le varie forme di sfruttamento dell’opera e, quindi, anche di ottenere un compenso purché divulghi l’opera, a favore di un pubblico da raggiungere e sensibilizzare, consentendone l’evoluzione socio-culturale.

Solo il riconoscimento di questo diritto di privativa costituisce un valido incentivo alla creazione, circostanza troppo spesso dimenticata da promotori e utenti “etici” di contenuti liberamente fruibili.

Allo stesso modo la legge, lungi dall’essere un vincolo alla cultura, prevede una serie di eccezioni al diritto d’autore, filtrando a monte gli interessi meritevoli di tutela e le circostanze in cui appunto la fruizione delle opere può essere libera.

Quanto alla durata del diritto d’autore, pari a 70 anni dopo la morte dell’autore, ritenuta eccessiva da parte del Di Liberto e del suo progetto, anche questa ha un preciso fondamento e giustificazione, che risiede nella circostanza per la quale gli autori trascorrono la gran parte della propria vita ad investire nella creazione, senza ottenere successo.
Pertanto, la durata è calibrata al fine di consentire all’autore di godere in età matura dei frutti del proprio lavoro e di un successo che, se arriva, tendenzialmente è tardivo.

Circostanze tutte che meritano quindi di essere tenute in degna considerazione.
Infine va bene la disubbidienza sociale, ma si ritiene, da addetti ai lavori, che le regole si cambino con gli strumenti offerti dalla democrazia, non certo in danno degli autori, che investono il proprio tempo e la propria sensibilità nell’atto creativo.

#dirittoautore #copyright #pirateria #libertà

Aperte le iscrizioni alla X Edizione del Premio “Musica contro le Mafie”

È stato pubblicato il bando della decima edizione del Premio “Musica contro le Mafie”.

Organizzato dall’Associazione Musica contro le mafie, della rete Libera, di Don Luigi Ciotti, con il supporto inter alia di SIAE, il concorso intende promuovere al pubblico e agli addetti ai lavori musica dai contenuti formativi e socialmente impegnati.

Possono partecipare cantautori, rapper, band senza limitazioni di genere musicale.
Il tema di quest’anno è #oltreiconfini, affinché la musica possa costituire volano di armonia anche nella direzione della promozione dell’integrazione sociale nella diversità.

L’iscrizione è gratuita.
Il bando scade il 31 ottobre 2019.

Per ogni ulteriore informazione, clicca qui. 

#premiomusicale #autori #editori #artisti #cantanti #rapper #bandmusicali #uguaglianza #impegnosociale #lottaallemafie #dirittoautore #copyright #AvvisoPubblico #Legambiente #CasaSanremo #ClubTenco

Convegno “Direttiva copyright, le sfide del recepimento in Italia”, Roma, 11 settembre 2019

Sarà la cosiddetta direttiva copyright l’argomento del convegno che si terrà a Roma il prossimo 11 settembre 2019, patrocinato da MIBAC e dal CREDA.
Il tema che sarà affrontato in particolare sarà quello del suo recepimento in Italia.

Molti sono i profili attualmente oggetto di dibattito e di studio.
Infatti se per un verso la direttiva europea in oggetto ha avuto il merito di adeguare alle nuove frontiere del web il diritto d’autore, per altro verso sono svariate le questioni aperte che il legislatore sarà tenuto ad affrontare in sede di recepimento, prima fra tutte quali gli strumenti tecnici per assicurare l’effettività delle norme che saranno introdotte.

Leggi il programma dell’evento.


#dirittoautore #copyright #direttivacopyright

Il caso della fotografia del sorriso di Gigi Hadid e la “riscrittura” delle leggi sul diritto d’autore

La modella Gigi Hadid è stata citata in giudizio per violazione del diritto d’autore: la stessa ha ripubblicato sul proprio account Instagram una delle immagini che la ritraevano, scattate da un fotografo dell’agenzia Xclusive-Lee.

La modella si è difesa assumendo che la pubblicazione dell’immagine costituisca un uso legittimo perché la stessa avrebbe contribuito alla foto per il “sorriso” prestato e la posa.

Hadid sostiene che sia ingiusto negare il diritto ai fan di ripubblicare le foto, solo perché tutelate dal copyright.

Hadid innanzitutto ricorre al fair use, sostenendo tramite i propri avvocati che la ripubblicazione rifletta uno scopo personale, in questo diverso da quello del fotografo, che è invece quello di sfruttare commercialmente la sua popolarità.

Per contro, gli avvocati di Xclusive affermano che anche l’utilizzo della foto da parte della modella sia di tipo commerciale, considerando il vantaggio commerciale che ottiene dall’incremento dei fan.

In secondo luogo, gli avvocati della modella sostengono che la fotografia non potesse essere tutelata come opera creativa e che in ogni caso gli elementi di originalità, se presenti, sarebbero il sorriso e la posa, frutto ovvero del contributo del soggetto ritratto, circostanza che porterebbe quindi a ritenere la Hadid coautrice dell’immagine stessa.

Gli avvocati dell’agenzia rispondono che per contro la foto sia opera creativa quanto a tempi dello scatto, illuminazione, angolo visuale, etc., oltre a permesso che il fotografo ha dovuto ottenere per operare in quel luogo.

In terzo luogo, la Hadid afferma che solo il 50% della fotografia originale sia stato utilizzato, circostanza comunque contestata dalla controparte anche puntando alla rilevanza della qualità piuttosto che della quantità dell’immagina utilizzata.

Hadid nega altresì di avere causato alcun danno, soprattutto considerando che l’immagine fosse già disponibile on line.

Per contro l’agenzia rileva che la pubblicazione sull’account della modella oltre a determinare una perdita (il compenso per la licenza), crea uno svantaggio concorrenziale in danno dell’agenzia.

Forse l’argomento più controverso è il contributo che avrebbe dato la modella agli elementi creativi dell’immagine.

Sul punto, l’agenzia afferma che l’approccio della Hadid è allarmante per il suo palese tentativo di riscrivere la dottrina consolidatasi sull’argomento.

Pare che Kim Kardashian abbia all’uopo risolto il problema assumendo il suo fotografo in modo da garantire ai propri fan il permesso di ripubblicare liberamente quelle foto.

Staremo a vedere come si concluderà la vicenda.

Fonte: IpKat

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Bando “Per chi crea”: pubblicata la graduatoria dei vincitori

È stata pubblicata la graduatoria dei vincitori del bando “Per Chi Crea“, promosso dal Mibac e gestito da SIAE, che destina il 10% dei compensi per “copia privata” a supporto della creatività e della promozione culturale dei giovani.

Su 2289 progetti che sono stati presentati, i beneficiari sono 449, suddivisi per i 4 bandi: Nuove opere (91), Residenze artistiche (66), Formazione e promozione culturale nelle scuole (238) e Live e promozione internazionale (54).

L’ammontare complessivo destinato ai vincitori è pari a 12.440.000,00 euro, dei quali quasi la metà riservata ai vincitori del bando 3.

I beneficiari saranno contattati da SIAE.

Per maggiori informazioni: https://www.perchicrea.it/news/pubblicate-le-graduatorie-dei-vincitori

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