Open source: un sistema contro la duplicazione abusiva di software?

In termini puramente giuridici, e prescindendo quindi da argomentazioni di carattere tecnico-informatico, l’open source si qualifica come una modalità di gestione dei diritti di sfruttamento dell’opera tutelata.
In particolare, la licenza si occupa di garantire almeno:
– libero accesso al codice sorgente del software
– libertà di modifica del codice sorgente
– necessaria sottoposizione dell’opera derivata allo stesso regime giuridico (caratteristica precipua della GNU Public License)
– rispetto dei diritti morali
– libertà di duplicazione del programma
In realtà il panorama delle licenze è molto più articolato e complesso, ma per gli scopi di questo scritto è sufficiente limitarsi alle indicazioni generali appena fornite.

Emerge fin da subito l’assoluta liceità e legittimità di questo modello di licensing che, lungi dal rappresentare un pericolo per la tutela della proprietà intellettuale, è invece pienamente inserito all’interno della legge sul diritto d’autore. Dalla quale trae legittimazione giuridica e protezione legale.

Dal punto di vista dello sfruttamento economico dell’opera tutelata, il modello teorico prevede che l’autore tragga sostentamento non già dalla mera cessione in licenza d’uso del software, quanto dalla prestazione di servizi accessori, di assistenza e personalizzazione. Atteso che la libera disponibilità dei sorgenti e il diritto di modificarli non necessariamente implica che un soggetto abbia conoscenza, tempo, risorse e volontà di farlo.

Questo approccio ha un riflesso diretto in relazione al contrasto alla duplicazione abusiva delle opere dell’ingegno. Considerato che è di fatto impensabile un tasso di duplicazione abusiva pari a zero, pragmaticamente si può considerare più vantaggioso concentrarsi su potenziali clienti disposti a pagare per i servizi a valore aggiunto collegati al software, piuttosto che affidarsi ai “rientri” dipendenti da un’utenza con una minore (o inesistente) propensione all’acquisto.
In pratica, considerato che chi vuole duplicare abusivamente lo farebbe in ogni caso, tanto vale concentrarsi su quella parte di mercato che non saprebbe cosa farsene di un software puro e semplice, privo di assistenza, manutenzione e quant’altro.

E’ ovvio che, presentata in questi termini, una soluzione del genere può essere considerata troppo semplicistica. In realtà un modello come quello appena ipotizzato richiede una precisa strategia imprenditoriale e una robusta strutturazione operativa. Diversamente il fallimento è pressoché assicurato. Questo per dire che, contrariamente a quanto si può pensare accostandosi la prima volta al mondo dell’open source, non siamo di fronte ad una “pazzerellata” anarcoide ma ad un preciso modello di business che affronta la gestione dei diritti di proprietà intellettuale da una prospettiva differente rispetto a quella che abitualmente si è abituati a vedere.

In un mercato realmente libero e competitivo, quindi, la possibilità di scelta fra software soggetti a differenti regolamentazioni di utilizzo (proprietaria, da un lato, libera dall’altro) dovrebbe consentire all’utente di poter scegliere in piena libertà l’applicazione che più risponde alle proprie necessità. Senza essere necessariamente costretto a spendere somme esorbitante per acquistare uno specifico programma, perché solo con quello, mettiamo, si può accedere ai siti della pubblica amministrazione.
Il che ci porta al cuore del problema: trasparenza e compatibilità del software. Quando, a prescindere dal programma che utilizzo, posso comunque fare tutto ciò di cui ho bisogno, senza dover usare per forza il prodotto XXX, avrò a disposizione una scelta così ampia da non essere messo in condizione di dover scegliere fra il violare la legge ed essere “tagliato fuori” dalla comunicazione con il resto del mondo.
Certo, questo implica che i maggiori produttori di software proprietario decidano, una volta e per sempre, di accettare la sfida sul piano della qualità e delle prestazioni, invece di continuare a sfruttare “riserve di caccia” e “latifondi” costruiti a suon di obsolescenza programmata dei programmi e deliberata incompatibilità addirittura fra le versioni successive dello stesso software.
Ma a quanto pare, questa è una prospettiva più utopica che lontana.

Andrea Monti
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