Diritto di autore, evoluzione normativa, copia privata e pirateria

Milano, Fiera, Infosecurity Italia 2003, l’occasione di un incontro con Giuseppe Corasaniti. Magistrato, insegna alla Luiss da oltre 10 anni Diritto della Comunicazione, autore di numerose pubblicazioni in questa materia, e soprattutto ha maturato esperienza presso diverse istituzioni che si occupano di comunicazione, in vari ministeri, dalle Politiche Comunitarie alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Il tema dominante è lo schema di decreto di attuazione della Direttiva 2001/29/CE, ormai prossima al recepimento. Qual è il suo parere?

La direttiva muove da una considerazione altamente condivisibile, e anche su basi normative di grande livello espressivo. La direttiva attua una tutela del diritto di autore e dei diritti connessi rispetto allo scenario digitale, e quindi si muove avendo in considerazione prima di tutto Internet, poi il mercato dei supporti digitali, tra questi il CD, e i mercati del software, che si avvalgono di tecnologie multimediali, e interviene introducendo alcuni concetti di grande elasticità, in un’ottica comunitaria, che sono la copia privata, l’equo indennizzo per i produttori, che fisiologicamente hanno un sacrificio in relazione alla copia di brani musicali o video per finalità non di rivendita ma di fruizione plurima, in qualche modo incontrollata, che certamente rende meno prosperosa le relative entrate, e può porre, entro certi limiti, in crisi il mercato della comunicazione audio-visiva. E dall’altro la direttiva introduce delle forme di tutela elastiche, come le misure tecniche preventive, a cura delle aziende, e introduce soprattutto delle forme sicure, marginali ma certamente importanti, di fair use, incentivando, se si vuole, il consumo di supporti multimediali a base digitale. Quindi la logica della direttiva è una logica di grande elasticità, che lascia spazio soprattutto ai codici di autoregolamentazione, e a forme di tutela collettiva che, viceversa, nel nostro paese sembrano ancora embrionali in questo settore. Se poi si va a vedere come la direttiva è stata attuata, probabilmente si possono nutrire numerose perplessità. Non entro ovviamente nel merito del testo che sta per essere varato, ma, come tutti i prodotti legislativi che nascono col presupposto di recepire entro un certo periodo, perché altrimenti scatterebbe una procedura di infrazione, io vedo fortissimo il rischio di contenziosi, di equivoci, addirittura di penalizzazioni di alcuni settori, se alcune prescrizioni venissero recepite nel nostro ordinamento in modo per così dire ,disattento,anzi attento al passato e non al futuro.

Come pare verranno recepite, alla fine.

Probabile, speriamo in una riflessione. rispetto al testo circolato via Internet, le uniche modifiche in qualche modo frutto anche dell’insistenza dell’industria dell’hardware, che indubbiamente sarebbe quella più penalizzata non solo nel nostro paese, ma anche un po’ in tutta Europa, riguardano le aliquote relative al CD vergine. In una prima versione l’ aliquota per l’equo indennizzo risultava addirittura spropositata, tanto che avrebbe raddoppiato il prezzo del supporto, supporto che, ovviamente, come sanno tutti i tecnici, non è destinato unicamente a contenere file musicali, ma contiene una quota di autoproduzione.
Purtroppo nel nostro paese oggi scontiamo l’assenza, direi gravemente colpevole, e insisterei a dire gravemente colpevole, se non proprio dolosa, di meccanismi istituzionali di monitoraggio. Oggi, l’attuazione della Direttiva, in presenza di questi meccanismi, che peraltro erano contenuti nella legge 248/00 (mi riferisco alle attività di monitoraggio del Comitato per la tutela della proprietà intellettuale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, comitato che, come era facile prevedere, non è mai stato riunito, e qui scattano responsabilità politiche, o forse magari solo impegni più gravi per di chi doveva riunirlo, ma questo, evidentemente, è un problema più ampio ,che dimostra ancora una volta la specificità delle vicende italiane e l’uso del diritto d’autore solo come “vetrina” ) certamente, se fosse stato funzionante un meccanismo previsto dalla legge, se tutte le autorità avessero correttamente esercitato il loro compito di monitoraggio e di studio del settore, e tra queste considererei anche l’Autorità delle Comunicazioni, probabilmente oggi l’attuazione della Direttiva avrebbe generato meno problemi, perché avremmo avuto un quadro chiaro di tutto quello che era il mercato del digitale, quella che era l’incidenza di queste normative sulla diffusione dei supporti, avremmo anche conosciuto meglio che tipo di supporti sono coinvolti, CD-ROM, che è una cosa, DVD, che è un’altra cosa, il CD-R audio che è un’altra cosa ancora.
Viceversa, già il prospettare una diversità di diffusione di questi supporti, in relazione ai potenziali contenuti, è stata un’azione abbastanza laboriosa. La versione attuale è, come sempre, una situazione di compromesso, nel senso che determinate aliquote sono state ridotte, ma il testo della Direttiva parte da una attuazione che ancora è troppo figlia della 633 (la nostra legge sul diritto di autore, ndr), che a sua volta fu generata, ma non creata, nel 1941, ed evidentemente è figlia di una impostazione fin troppo ottocentesca di quello che è il sistema della comunicazione.
Oggi bisogna fare i conti soprattutto con Internet, bisogna fare i conti con una costruzione della comunicazione che tende a essere sempre più personalizzata. Quindi, opporre invece una visione in qualche modo eccessivamente rigida della tutela del diritto di autore rischia di avere effetti devastanti, ripeto, devastanti, sull’economia della comunicazione stessa.
E questo partendo magari da delle premesse ideali che non hanno senso, in un mondo globale di comunicazione, in un mondo interattivo nel quale i file possono essere cambiati, condivisi, scambiati nel giro di pochi secondi. Quindi, evidentemente, questo forse ci impegnava a qualche riflessione in più , tanto più che, ripeto, la Direttiva, a volerla leggere, basta fare un piccolo sforzo, dava veramente delle indicazioni che l’ attuazione, mi sembra, lasci del tutto impregiudicate, nel senso che poi ci si limita ad attuare la stessa alla luce di disposizioni vigenti che la Direttiva non considerava.
Quindi prevedo numerosi conflitti, grande rischio di contenziosi, e preoccupazione forse per l’industria, che si meriterebbe invece di essere incentivata nel commercio elettronico, e, soprattutto, nelle attività musicali online.

Lei si pone tra coloro che sostengono che la 633 debba venire completamente riscritta?

Io porrei un’unica condizione al legislatore: che questa riscrittura sia affidata a persone che siano figlie di questa generazione. Non capirlo, è veramente strano se non proprio assurdo. Non capirlo significa condannare il mondo della comunicazione a una sua asincronia perenne con le normative civili e penali che lo riguardano direttamente, un’ottica distorta, perché non si può pensare a difendere il diritto di autore con gli occhiali del seicento, che tutt’ora inforcano molti, tra virgolette, legislatori.
Che poi legislatori veri e propri non sono, perché in realtà queste leggi sono, diciamo, dei testi che vengono filtrati dal punto di vista tecnico, e che vengono proposti al legislatore, che magari neanche se li va a leggere, ma evidentemente poi comportano degli equivoci, delle incertezze, delle incapacità proprio di figurare un fenomeno, mi riferisco semplicemente alla figura che stavamo per fare con gli Stati Uniti, ma anche con l’Europa, con la posizione del bollino SIAE sul software, e questo poi comporta anche delle difficoltà in chiave internazionale.
Oggi l’Italia questo non se lo può permettere, e allora io mi auguro che se rilettura ci deve essere, spero si voglia in qualche modo coinvolgere il mondo delle Università, si vogliano coinvolgere soprattutto dei ricercatori di nuova generazione, che sappiano esattamente perché stiamo regolamentando, quali siano i valori che debbono attuare ma soprattutto sappiano tecnicamente quali possano essere le conseguenze di determinate norme sul piano della comunicazione globale. Altrimenti il rischio è quello di rimanere un passo indietro, ed è un rischio fortissimo.

Questo forse lo vediamo già con la legge 248/00, frutto di compromessi politici, che si riflettono nella mancanza di chiarezza della norma.

La 248 ha alcuni meriti, indubbiamente, che sono quelli di avere inasprito il trattamento penale, che è l’unico che conta, parliamoci chiaro, rispetto alla pirateria industriale, quella che vediamo nelle strade, quella che sfrutta, senza che nessuno intervenga, peraltro, in modo ignobile gli immigrati, e che danneggia, ogni giorno, lo vediamo, la nostra industria musicale e cinematografica.
Certamente il trattamento penale andava inasprito, come la 248 ha fatto. Ma indubbiamente andava anche fatto qualcosa di più, cioè occorreva pensare a dei sistemi di coordinamento informativo, perché poi non ci limitasse a un intervento saltuario, episodico, su questi fenomeni di pirateria, ma si andasse veramente a identificare e a bloccare le centrali di produzione dei prodotti contraffatti. E, insisto a dire, il livello di pirateria italiana sta crescendo, anche perché sta migliorando il livello di qualità di questi prodotti contraffatti. Io non escluderei che una certa percentuale, sempre crescente, purtroppo, del mercato di quelli che pensiamo essere prodotti originali, in realtà siano, come già avviene per le griffe, invece frutto di produzione criminale.
E questa volta non c’è nessun beneficio economico per il consumatore, perché magari è un prodotto che viene offerto come scontato. Bisogna fare trasparenza sulla produzione musicale e cinematografica, se vogliamo avere poi una tutela effettiva del mercato. Indubbiamente già la legge 248 questo profilo non lo ha affrontato, non ha introdotto degli strumenti utili, come il coordinamento delle indagini, come l’affidamento a speciali unità investigative, quantomeno a livello di Polizia, come invece è avvenuto per la pedofilia, tanto è vero che nel contrasto alla pornografia infantile su Internet l’Italia è balzata ai primi posti negli interventi di Polizia.
Questo perché si sono previsti determinati strumenti che invece non si è voluto adottare nel settore del diritto di autore. Certo sono strumenti che vanno usati con molta attenzione e professionalità ,per evitare la penalizzazione di utenti inconsapevoli .Nel contempo sono emersi invece degli strumenti che, oserei dire, non solo sono inutili, ma addirittura ridicoli e antiproducenti. Mi riferisco, per esempio, alla presa d’atto, un sistema nato addirittura con finalità di controllo antiincendi, che aveva una sua logica nell’ambito del testo unico di pubblica sicurezza, ma che non ha logica alcuna, ripeto, alcuna, se non di miope politica da bassa questura, che non solo non è utile per nulla all’antipirateria, ma rischia addirittura di favorirla.
Queste sono purtroppo le conseguenze normative di un’opera dannosissima di taglia e incolla della legislazione vigente. Oggi bisogna riscrivere tutto, e anche ripensare, io credo,tutte le disposizioni penali. Non è con un eccessivo ricorso al penale che si risolverà il problema della pirateria, questo forse credo che le industrie dovranno incominciare a considerarlo.
Rispetto al tasso quasi endemico che la pirateria ha raggiunto nel nostro paese, ma direi soprattutto che la copia non autorizzata ha raggiunto nel nostro paese, sono possibili numerosi interventi, alcuni di carattere economico, perché vi è un evidente nesso tra elevatezza del prezzo del prodotto ed elevatezza quantitativa della sua contraffazione, sulle quali credo che oggettivamente bisogna iniziare a riflettere.
Forse bisognerà cominciare a difendersi facendo concorrenza alla pirateria ,e anche concorrenza “leale” paradossalmente ,abbassando i prezzi e puntando alla creazione di una vera e propria cultura del prodotto originale ,altrimenti le norme penali pur se rigorose servono a poco .

L’industria discografica generalmente contesta questo tipo di argomento.

Mi rendo conto. Io però credo che bisogna avere un approccio abbastanza olistico al problema, la pirateria audiovisiva può essere battuta, soprattutto quella cinematografica, con una strategia di insieme. Se so di poter trovare una cassetta di ottima qualità a un prezzo ragionevole, magari abbinata a un quotidiano, a un’offerta commerciale particolare, certamente rappresento un rischio in meno per l’industria pirata. Questo è un aspetto che piano piano anche determinate industrie discografiche stanno incominciando ad affrontare.
Certamente l’MP3 è un problema molto serio, entra in gioco un rischio ancora più forte, ma come si batte? Probabilmente con una diversa politica distributiva, incentivando per esempio a prezzi competitivi, addirittura con quanto si spende per scaricare l’MP3, l’offerta di brani? Una volta c’erano i 45 giri, oggi si scarica l’MP3, non per scaricare l’intero CD ma la singola canzone, per farsi una copia individualizzata di brani che piacciono.
E io credo che questo possa rappresentare per l’industria un’occasione di sfruttamento di questo mercato di interesse, con le stesse armi dei cosiddetti pirati.
Naturalmente quello che andrebbe incentivato è un’interazione anche con gli operatori della comunicazione, che rispetto al solito dialogo sul diritto di autore, naturalmente nei massimi sistemi, sono rimasti estranei. Per esempio gli operatori di telecomunicazione, quelli che consentono l’accesso alla rete, alla banda larga. E questo io credo sia possibile in futuro ipotizzarlo sia in chiave deontologica, per esempio laddove determinati gruppi di utenti condividano dei brani musicali e cinematografici offrendone l’accesso a tutti, e in ogni caso incentivando un’azione leggermente più consapevole sulla produzione industriale.

Purtroppo ci sono degli operatori che sfruttano le possibilità che offre la banda larga di condividere contenuti multimediali, per avere più abbonati. Comunque, Lei sostiene che non ci dovrebbe essere troppa repressione.

Più che repressione, direi responsabilità. La repressione deve essere più intelligente e in grado di sfruttare tutta la strumentazione giuridica, anche quella civile, per esempio, che può essere utilmente sfruttata. Forse andavano previste anche delle incentivazioni, lo dico paradossalmente, non solo al pirata che denuncia il ciclo di produzione, che magari neanche conosce, insomma, il pirata normalmente è un punto terminale che come in ogni cellula criminale che si rispetti con una buona organizzazione, non sa cosa fa il ciclo produttivo precedente. E fra l’altro difende alla morte quello che ha acquistato, perché è ovviamente tutto il suo investimento, perché evidentemente un sequestro frena solo l’anello terminale, ma non blocca per nulla la catena produttiva, che anzi continua meglio di prima perché ha preso nuovi capitali.
E su questo io credo bisognerebbe operare molto, magari incentivando l’ acquisto simulato, e magari, perché no, incentivando anche il pentimento di queste persone e del singolo consumatore con degli sconti straordinari per chi consegna le copie pirata. non lo so, poi sono tante le forme di incentivazione che possono coinvolgere i consumatori, anziché quelle meramente repressive. Bisogna prendere atto che una politica meramente repressiva ha fallito, e questo forse per caratteristiche proprie del nostro paese, insomma, non vorrei citare Giorgio Gaber, che ha scritto una canzone sul vero e il falso. Il problema è globale, ma noi siamo veramente uno dei paesi con il più alto livello di diffusione del falso in tutto il mondo.
Prendiamone atto e comportiamoci di conseguenza.

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